Irlanda. La violenza dopo la violenza: le impediscono di interrompere la gravidanza, la obbligano a nutrirsi, la costringono al parto cesareo.

Proteste morte di Savita Foto Getty

Ecco cosa succede in Irlanda, dove le donne non possono decidere del  loro corpo.

Violenza su violenza: perché l’Irlanda costringe una donna che fa lo sciopero della fame  a partorire il figlio del suo stupratore? Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, imponendo la volontà di altri.
Quando le donne in Irlanda potranno dire “no”? Oggi scopriamo che la risposta è “mai”, no davvero – no, se un uomo ha altre idee, se lo Stato decide di imporre l’uso di un corpo di donna.
La storia riportata nel Sunday Times di oggi è un catalogo di violazioni. In primo luogo, una donna è stata violentata (violenza numero uno).
Cercò di abortire ma a quanto pare i medici le imperdirono di ottenere il trattamento di cui aveva bisogno (violenza numero due);   anche se molte donne irlandesi viaggiano verso il Regno Unito in questa situazione,  la donna in questo caso non avrebbe potuto perché era una cittadina straniera con incerto status di immigrazione, e il suo inglese limitato probabilmente ha aggravato la sua vulnerabilità.
Disperata, in questa fase, ha espresso l’intenzione suicida ed ha continuato sciopero della fame e della sete:  la Health Service Executive (HSE) ha ottenuto un ordine del tribunale sulla base dell’atto “Protezione della vita durante la gravidanza Act 2013”  per la reidratazione forzata della donna (violenza numero tre).
Infine, i primi di agosto, un certificato è stato rilasciato consentendo una procedura medica da effettuare sulla donna:  il giorno dopo, il bambino è stato partorito con un cesareo (violenza numero quattro), a 24-26 settimane di gestazione, che è la stessa cuspide di vitalità. Il bambino continua a ricevere cure mediche. Non è stata segnalata la condizione della donna.
Il carattere provvisorio del controllo sul proprio corpo è un fatto che le donne in Irlanda devono negoziare giorno dopo giorno, una resistenza a disagi che possono essere maggiori o minori secondo a quali risorse bisogna resistere e a quanto urgente è la loro condizione.
Per alcune, è una questione di shopping in giro per trovare un medico che non insista sul controllo di cosa il vostro marito pensa della vostra routine contraccettiva;  per altre, si tratta di fare un biglietto aereo per una clinica di Londra per ottenere l’aborto che non si può fare a casa; per alcune, si tratta di mangiare fagioli al forno per cena mentre si conservano i soldi per quel biglietto; per Savita Halappanavar nel 2012, è stata la morte, quando i medici si sono rifiutati di interrompere la sua gravidanza, anche se lei stava avendo un aborto spontaneo che ha portato ad una infezione fatale.
In effetti, la norma sulla protezione della vita durante la gravidanza è stata introdotta in seguito alla morte di Halappanavar, e all’orrore della popolazione per l’evidente mancanza di riguardo per la salute e la sopravvivenza di una donna. Vi è, tuttavia, un grave problema in questa norma: in conformità con la legge sull’Ottavo emendamento della Costituzione del 1983, la vita del feto è considerato una “vita umana” tanto quanto quella della donna in stato di gravidanza e sono concessi uguali diritti.
Nella sezione sulla interruzione per le donne suicide, nella legge 2013 si legge:
(1) È lecito eseguire una procedura medica per una donna incinta conformemente alla presente sezione nel corso della quale, o come risultato di cui, una vita umana nascente è finita dove
– (a) soggetto alla sezione 19, tre medici, dopo aver esaminato la donna in stato di gravidanza, hanno certificato congiuntamente in buona fede che-
(i) vi è una reale e sostanziale rischio di perdita della vita della donna per mezzo del suicidio, e
(ii) a loro avviso ragionevole (essendo un parere formato in buona fede che tenga conto della necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile), tale rischio può essere evitato solo eseguendo la procedura medica”.
In altre parole, quello che è successo alla donna nel caso di oggi non è solo assolutamente barbaro, sembra anche essere stato assolutamente di competenza della legge: se  “la necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile”  è un obbligo di legge, perché ignorare le suppliche di una donna per l’interruzione e forzarla con l’alimentazione liquida, invece?
Perché non estrarre chirurgicamente  il feto non appena ha il potenziale di vita indipendente? Il feto è stato anche fornito con un proprio team legale separato dai giudici irlandesi, in una illustrazione drammatica della bagarre per il controllo del corpo femminile che si svolge durante la gravidanza.
Lei diventa solo una risorsa requisita dallo Stato in nome di quella “vita nascente”, che ha inspiegabilmente molto più valore che la vita ex utero della donna traumatizzata.
E che trauma. Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, che impongono la volontà di altri.
Il pene dello stupratore introdotto in lei con la violenza.
Il sondino nasogastrico bloccato nella sua narice e giù contro la sua gola che resiste.
Il bisturi dei medici che la tagliano, le mani nel suo ventre, l’orrore in movimento di un altro corpo all’interno della vostra carne trattenuta.
L’orrore incredibile di essere costretta a offrire la vita al figlio dell’uomo dal quale si è stata violentata.
E il terribile silenzio di non partecipazione, una donna senza una lingua che possa essere udita.
Questa è la violenza dello stato irlandese impone alle donne.
Questo è il motivo per cui le donne irlandesi stanno facendo una campagna per “Abrogare l’Ottavo”: perché le donne sanno che siamo esseri umani, e nessuno di noi dovrebbe essere costretta a vivere sotto una legge che dice il contrario.
http://www.newstatesman.com/politics/2014/08/violation-after-violation-why-did-ireland-force-woman-hunger-strike-bear-her

Nella foto:  le proteste per la morte di Savita Halappanavar nel 2012.  Foto: Getty

 Irlanda: una donna costretta a partorire
Dopo che le è stato negato un aborto, una donna è stata costretta a partorire con taglio cesareo
Domenica scorsa, una giovane donna è stata costretta a partorire, giuridicamente, dal diritto irlandese. Nelle prime 8 settimane di gravidanza, la donna aveva chiesto di abortire sulla base di uno stato di fragilità psicologica, con tendenza al suicidio. Dopo esserle stato negato l’aborto, lei ha minacciato lo sciopero della fame per protestare contro la decisione. Le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale per farla partorire prematuramente – a 25 settimane – per garantire la sua salute. Il bambino è stato immediatamente preso e messo in cura.

Questo nuovo caso non è un caso isolato in Irlanda, dove l’aborto è vietato dopo il referendum del 1983 sancito dalla Costituzione. Solo un “rischio reale e sostanziale” per la donna in stato di gravidanza, che deve essere certificato da medici, permette l’aborto secondo la “Legge sulla protezione della vita durante la gravidanza”, firmata dal presidente. L’aborto resta vietato, in caso di “semplice rischio” per la salute delle donne, in circostanze di stupro, incesto, ma anche se il feto ha una malformazione grave. Questa decisione ha suscitato le reazioni di coloro che già criticavano la mancanza di considerazione delle donne nella legge. Questo caso mette in luce anche le istruzioni mediche fornite ai medici irlandesi: la donna deve avere l’approvazione di sette esperti prima di procedere ad un aborto; la Commissione per i Diritti Umani ha descritto tutto ciò come “ulteriore tortura mentale.”
Mairead Enright, un avvocato e docente in materia di diritti umani presso l’Università di Kent, ha detto che a molte donne di origine immigrata è stato spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare, nel Regno Unito, per esempio, dove l’aborto è legale in determinate condizioni, e di solito ricevono poche informazioni circa la portata dei loro diritti. “
“Questa sentenza rende molte donne vulnerabili in Irlanda, come migliaia di altre donne nelle comunità tradizionalmente svantaggiate,” ha detto.
Avvocati in lotta per l’aborto hanno presentato alla Commissione sulla Condizione delle Donne delle Nazioni Unite un rapporto con i “grandi difetti” nella legge sull’aborto irlandese. Il documento legale osserva che “nelle circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, è responsabilità dei medici e non le donne ad essere custodi del diritto all’aborto.”
Se il comitato delle Nazioni Unite accetterà le argomentazioni del consiglio, sarà la seconda volta quest’anno che il divieto di aborto in Irlanda sarà sfidato dalle Nazioni Unite.
http://www.i24news.tv/fr/actu/international/europe/40698-140818-irlande-une-femme-forcee-de-donner-a-la-vie

 

Irlanda: Donna costretta a partorire con il cesareo dopo che le era stato negato l’aborto. Nonostante la donna migrante avesse dichiarato di essere a rischio di suicidio  prima delle otto settimane, le è stata rifiutata l’interruzione di gravidanza ed è stata costretta dalla corte ad avere il bambino a 25 settimane.
Henry McDonald, Ireland correspondent
The Guardian, Sunday 17 August 2014 20.16
Una giovane donna è stata legalmente costretta a partorire con taglio cesareo, dopo che le è stato negato un aborto in Irlanda: un caso che, dicono  gli esperti,  mostra i difetti nella recente riforma destinata a consentire interruzioni limitate.
La donna, che è una migrante e non può essere nominata per ragioni legali, ha avuto negato un aborto, anche se a otto settimane aveva chiesto l’interruzione di gravidanza, sostenendo che era a rischio suicidio.
Dopo che lei poi ha minacciato uno sciopero della fame per protestare contro la decisione, le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale di consegnare il bambino prematuramente – a circa 25 settimane, secondo alcuni rapporti – per garantire la sua sicurezza. Il bambino è stato messo in cura.
Il caso è la prima vera prova della Legge di protezione della vita in gravidanza 2013 (2013 Protection of Life During Pregnancy Act), che permette di aborti limitati negli ospedali irlandesi. La legge prevede i casi in cui la vita della donna sarebbe in pericolo se la gravidanza va a termine, o nei casi in cui lei è a rischio suicidio in caso di stupro o l’incesto. I critici dicono che in questo caso la legge ha dimostrato di nessun valore pratico per la donna in questione.
Il caso mette in luce anche le linee guida mediche fornite ai medici irlandesi, che secondo le organizzazioni pro-choice ostacola seriamente le donne a rischio di suicidio che vogliono abortire. Le linee guida indicano che le donne che cercano un aborto possono aver bisogno dell’approvazione fino a un massimo di sette esperti.
Le attiviste pro-choice vogliono sapere se alla donna in questione è stata offerta la possibilità di un aborto nel Regno Unito.
Mairead Enright, docente di diritto dei diritti umani presso l’Università di Kent e un membro degli avvocati irlandesi di base per la scelta, ha detto: “Una donna potrebbe essere in grado di ottenere un aborto nel Regno Unito dopo 24 settimane, per motivi limitati, tra cui quello per salvare la sua vita o per prevenire gravi lesioni permanenti alla sua salute fisica o mentale.
“In molti casi, come già sappiamo fin troppo bene, il diritto di viaggiare non ha senso per la grande varietà di donne molto vulnerabili, che non hanno possibilità di accedervi. Tuttavia, è probabile che sapere quello che accade in casi come questo potrebbe scoraggiare del tutto  le donne dal richiedere l’applicazione della legge. ”
Enright ha detto che migliaia di donne in Irlanda che sono cittadine stranieri e quelle Irish Travelling community sono ora a rischio di vedersi rifiutato gli aborti negli ospedali della Repubblica o l’alternativa di una interruzione  in Gran Bretagna.
Ha detto: “E ‘stato riportato che questa donna non aveva  una grande padronanza della lingua inglese o non era pienamente consapevole dei suoi diritti ai sensi del diritto irlandese, le è stata offerto l’alternative da parte del team medico che stava esaminando il suo caso dicendole che poteva andare  in Inghilterra.? anche se questo era più complicato del solito perché  che lei avrebbe avuto bisogno di un visto speciale per lasciare lo stato per la Gran Bretagna?
“Questa sentenza rende vulnerabili un sacco di donne in Irlanda, come le migliaia di migranti e donne provenienti da comunità tradizionalmente svantaggiate come i viaggiatori, a rischio ancora maggiore.
“Le donne in queste comunità hanno  spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare o sono fornite di pochissime informazioni sui loro diritti.”
Avvocati per la scelta (Lawyers For Choice) ha presentato alla Commissione delle Nazioni Unite un documento  sullo “Status delle donne”, su ciò che vede come principali difetti della nuova legislazione sull’aborto.
Il documento legale osserva che “in tali circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, sono i  medici statali e non le donne che decidono sull’aborto. In tutti gli altri casi la legge statale rafforza in modo efficace una serie di oneri sociali ed economici per punire le donne che cercano di interrompere la gravidanza. ”
 Se il comitato ONU accetterà gli argomenti degli avvocati sarà la seconda volta, quest’anno, che viene  fortemente criticato il divieto generale di aborto nello stato irlandese. La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha descritto il processo di mettere una donna incinta suicida sotto valutazione di un numero che arriva fino a sette medici una “tortura mentale aggiuntiva”.
http://www.theguardian.com/world/2014/aug/17/ireland-woman-forced-birth-denied-abortion

 

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Quanto vale il lavoro delle donne nei centri antiviolenza?

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A proposito di violenza, convenzione di Istanbul, finanziamenti e lavoro delle donne.
Un esempio di come vanno le cose …
Ecco la situazione del centro antiviolenza Demetra che sta cercando di portare avanti il progetto:  le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali, vediamo che faranno.

“… Un dato che non viene mai conteggiato è invece il valore economico del volontariato. … Se si calcola invece economicamente il volontariato tenendo conto di una retribuzione di 15 euro all’ora, si verifica che tradotto in termini economici, il centro antiviolenza Demetra ha prodotto un lavoro pari a 44mila 220 euro.
L’ indagine di Intervita Onlus ha fatto un calcolo dei costi della violenza contro le donne: il silenzio sul femminicidio costa 16,7 miliardi di euro: piu’ di una legge di stabilità. Gli investimenti invece sono solo di 6,3 milioni di euro. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26mila euro al minuto. …. In attesa di risposte istituzionali il lavoro delle donne dei centri antiviolenza mantiene in essere, nonostante tutto, progetti per la salute e la vita delle donne. Ma fino a quando?”

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Il 30 settembre  la prima convenzione del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto si concluderà. Le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali per chiedere una implementazione dei progetti del centro antiviolenza, aumentando il finanziamento all’associazione anche in previsione dell’apertura della Casa Rifugio. Una struttura arredata e sistemata con le sole forze dell’associazione, che non avra’ costi di locazione perche’ di proprieta’ di una concittadina che ha stipulato   un contratto di comodato gratuito con l’associazione Demetra.

La Convenzione di Istanbul, entrata in vigore il 1 di agosto indica ai Paesi che l’hanno sottoscritta, di sostenere le organizzazioni non governative,  la legge contro le disciminazioni varata dalla Regione Emilia Romagna riconosce il valore dei centri antiviolenza, il protocollo Anci -D.i.Re sottoscritto nel maggio 2013 anche, ma saranno sufficienti studi, linee guida, trattati internazionali, firme su firme e dichiarazioni di intenti  in assenza di una volontà politica di intervenire strutturalmente…

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La prima condanna in Italia per discriminazione fondata sull’orientamento sessuale: un caso esemplare.

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da articolo 29

Il Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Bergamo, con ordinanza del 6 agosto 2014 ha condannato un notissimo avvocato italiano per discriminazione diretta fondata sull’orientamento sessuale. Si tratta della prima decisione del genere nel nostro Paese.

(Marco Gattuso) Il Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Bergamo, con ordinanza del 6 agosto 2014, ha accertato il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese da un noto avvocato italiano, consistenti nell’avere affermato, nel corso di un programma radiofonico, di non voler assumere nel proprio studio avvocati, altri collaboratori e/o lavoratori omosessuali, condannandolo a risarcire i danni non patrimoniali subiti dalla ricorrente Associazione Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford ed a pubblicare l’ordinanza a proprie spese su uno dei principali quotidiani del Paese (il Corriere della Sera). Per quanto la disciplina antidiscriminatoria a protezione delle persone omosessuali sul luogo di lavoro sia stata introdotta in Europa, e dunque anche in Italia, da ben quattordici anni, si tratta del primo caso in assoluto di sua applicazione.

Ospite nell’ottobre 2013 della trasmissione “La zanzara”, l’avvocato aveva fatto diverse affermazioni palesemente ostili nei confronti delle persone gay e lesbiche, affermando, in particolare, che gli omosessuali “mi danno fastidio” e che “intanto io ad esempio nel mio studio faccio una cernita adeguata”; all’ulteriore domanda del conduttore “cioè, non ho capito, lei, se uno è omosessuale, non lo assume nel suo studio?” l’avvocato ribatteva “ah sicuramente no, sicuramente no” e reiterava più volte il concetto (“beh, vabbè sarà discriminazione, a me non me ne frega niente”; sollecitato ancora sul punto dal conduttore della trasmissione, “ognuno stia a casa sua, d’accordo, ma uno che vuole lavorare da lei, lei non può mettere il paletto <>”; “no, no, io metto questo paletto sì”; “arriva nell’ufficio del prof. Xxxxxxx un signore, chi è ? sono Francesco, prego avanti, salve sono laureato a Yale, sono il miglior avvocato su piazza però sono omosessuale, che dice Xxxxxxxx, non lo prende, il miglior avvocato del mondo?” l’avvocato rispondeva: “perché lo devo prendere, faccia l’avvocato se è così bravo e così, diciamo, così capace di fare l’avvocato si apra un bello studio per conto suo e si fa la professione dove meglio crede. Da me non… mi dispiace turberebbe l’ambiente, sarebbe una situazione di grande difficoltà”).

La vicenda appare come un evidente caso di scuola di discriminazione, non potendosi negare in alcun modo il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese da un datore di lavoro di non voler assumere nel proprio studio collaboratori o lavoratori in quanto omosessuali. Come noto,  la direttiva 2000/78/CE del 27.11.2000 (una delle due direttive antidiscriminatorie emanate nel 2000 dall’Unione europea, la quale si applica al solo campo lavorativo vietando ogni forma di discriminazione, per razza, sesso, handicap, religione, età, orientamento sessuale, mentre la Racial Equality Directive 2000/43/EC si applica in ogni settore della vita, dunque non solo in ambito lavorativo, ma limitatamente alle sole discriminazioni razziali) ha stabilito un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro, vietando espressamente, fra l’altro, la discriminazione per orientamento sessuale. Alla stessa è stata data applicazione in Italia con il d.lgs. 216/03 che fra le diverse possibili ipotesi di discriminazione richiama la limitazione delle stesse condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro (art. 3, comma 1, lett. A). Nel definire la discriminazione diretta, il d.lgs. 216/03, precisa che la stessa si rinviene ogniqualvolta “una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga”, introducendo, in conformità con la direttiva europea, sia una comparazione attuale, che una comparazione meramente ipotetica.

Nell’applicare, per la prima volta, tali disposizioni, il Tribunale di Bergamo ha richiamato il noto, recente, precedente del 25 aprile 2013 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Asociaţia Accept contro Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării (pubblicata su ARTICOLO29 con commento di Carmelo Danisi Lavoro, assunzioni e omofobia alla Corte di Giustizia) che a sua volta rappresenta la prima applicazione della direttiva in una ipotesi discriminazione di una persona omosessuale in materia di assunzione. In quel caso era stata intrapresa un’azione risarcitoria nei confronti del “patron” di una squadra di calcio da parte di un’associazione per la difesa dei diritti delle persone LGBT, in riferimento ad affermazioni palesemente discriminatorie (“neppure se dovesse chiudere la FC Steaua, prenderei in squadra un omosessuale”, “non c’è posto per un gay nella mia famiglia e la [FC] Steaua è la mia famiglia”). Tra i vari principi evidenziati nella decisione, la Corte europea aveva sottolineato come non appaia indispensabile che vi sia una vittima accertata ai fini della verifica del carattere discriminatorio delle politiche di assunzione di un datore di lavoro, atteso che dichiarazioni pubbliche volte ad escludere l’assunzione di un soggetto in ragione del suo orientamento sessuale appaiono già di per sé sufficienti per presumere che il datore non abbia assunto e non assumerebbe in futuro dipendenti in ragione della loro omosessualità.

Il Tribunale di Bergamo rileva per conseguenza come risulti punibile a norma della direttiva “anche una condotta che, solo sul piano astratto, impedisce o rende maggiormente difficoltoso l’accesso all’occupazione, come nei casi analoghi sottoposti all’esame della Corte di Giustizia (causa C-81/12 Associatia Accept, nonché causa C-54/07)”, chiarendo peraltro come sul piano concreto le dichiarazioni possano avere verosimilmente ostacolato o potranno verosimilmente ostacolare in futuro la stessa presentazione di curricula all’avvocato resistente da parte di aspiranti avvocati, collaboratori o dipendenti omosessuali, mentre “come chiarito dalla Corte di Giustizia, «l’esistenza di una discriminazione diretta, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78 non presuppone che sia identificabile un denunciante che asserisca di essere stato vittima di tale discriminazione» (così, par. 36 causa C-81/12 Associatia Accept, nonché par. 23 causa C-54/07)”.

Com’è noto, l’applicazione del principio di non discriminazione in ambito civile impone una parziale inversione dell’onere della prova: per la Corte di giustizia dell’Unione europea, essendo palese il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese dai datori rumeni (nella specie, da parte di un soggetto terzo comunque riconducibile alla società convenuta), questi ultimi sono tenuti a dimostrare “con qualsiasi mezzo giuridico […] che la loro politica delle assunzioni si basa su fattori estranei a qualsiasi discriminazione fondata sulle tendenze sessuali”. Sotto tale profilo anche il Tribunale lombardo rileva come il convenuto nelle proprie difese si sia limitato ad affermare che tali espressioni sarebbero state proferite come privato cittadino (?) e non abbia “offerto di dimostrare che la prassi effettiva di assunzioni presso il suo studio non corrisponde al contenuto delle sue dichiarazioni”.

Il caso dimostra, dunque, la particolare efficacia della Direttiva europea volta a contrastare la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali, in quanto capace di fornire una difesa avanzata ed un contrasto efficace ad ogni politica discriminatoria in ambito lavorativo. Il ricorso allo strumento civile, oltre che estremamente celere (difficilmente in un caso del genere si sarebbe avuta una condanna penale in pochi mesi) e favorevole sotto il profilo probatorio (in ambito penale mai sarebbe ipotizzabile un rovesciamento sull’accusato dell’onere di provare la propria innocenza), appare particolarmente efficace anche sotto il profilo sanzionatorio, essendo pienamente satisfattivo delle esigenze di difesa delle persone discriminate, poichè ha idonea efficacia stigmatizzante della condotta. Il tribunale di Bergamo condanna difatti il resistente a versare all’Associazione Avvocatura per i diritti LGBTI, Rete Lenford (che ha il merito d’avere promosso il giudizio e raccoglie e festeggia adesso un’indubbia vittoria) la somma di € 10.000, definita dal giudice “non simbolica” e, soprattutto, ordina al convenuto “la pubblicazione, a sue spese, di un estratto del presente provvedimento, in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità, su «Il Corriere della Sera». Il Tribunale rileva infatti come “l’unica concreta modalità attraverso la quale è possibile la rimozione della condotta discriminatoria è quella di dare adeguata pubblicità al presente provvedimento, anche in considerazione dell’eco che le dichiarazioni hanno avuto, sia per il fatto di provenire da un professionista pubblicamente molto noto, sia per la diffusione nazionale della trasmissione nel corso della quale sono state rese”.

E data la risonanza mediatica già avuta dal provvedimento non è da dubitarsi del suo effetto non solo di sanzione nei confronti del resistente ma anche general-preventivo, diretto, cioè, a prevenire anche da parte di ulteriori datori di lavoro l’assunzione di illegittime condotte discriminatorie nei confronti delle persone omosessuali.

http://www.articolo29.it/2014/prima-condanna-in-italia-per-discriminazione-fondata-sullorientamento-sessuale-caso-esemplare/

Soddisfatta Avvocatura per i Diritti LGBT – Rete Lenford : “Il successo ottenuto dall’Associazione rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. E’ il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI.” “Ringraziamo le persone e le associazioni che hanno voluto congratularsi con la nostra Associazione per aver avviato il procedimento contro le dichiarazioni rese dall’avv. Taormina. Si tratta di una vittoria collettiva che speriamo contribuisca a rendere l’Italia un paese migliore e più inclusivo.” 

da Rete Lenford – Avvocatura diritti LGBT
Comunicato stampa  del 6 agosto

Straordinario esito del procedimento promosso nei confronti dell’avvocato Carlo Taormina che, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai assunto collaboratori omosessuali.

Il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle sue affermazioni e condannato l’avvocato al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, nonché alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano nazionale “Il Corriere della Sera”. Peraltro, in caso di inottemperanza, l’associazione che ha promosso la causa potrà provvedere a proprie spese alla pubblicazione della sentenza, con diritto di rivalsa verso l’avv. Taormina.

Il successo ottenuto dall’Associazione rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. E’ il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI.

Come ricorda il presidente dell’associazione Antonio Rotelli: “questa sentenza si pone anche come monito verso le future affermazioni a carattere discriminatorio, in quanto riconosce che non ogni opinione è legittima; dichiarare pubblicamente di non voler assumere collaboratori sulla base del loro orientamento sessuale è una discriminazione punita dalla legge”.

La co-presidente Maria Grazia Sangalli ci tiene a puntualizzare che “l’intero risarcimento riconosciuto all’associazione, pari a 10.000 euro, sarà impegnato in attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità”.

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, i componenti del collegio difensivo, gli avvocati Alberto Guariso e Caterina Caput, si dichiarano soddisfatti per il successo ottenuto.

http://www.retelenford.it/taorminaaffermazionidiscriminatorie

Sul sito di Rete lenford – Avvocatura per i diritti LGTB si può leggere l’ordinanza
http://www.retelenford.it/node/986

Ecco come si è costrette ad abortire in Polonia. Nel paese è in atto un forte scontro tra ultracattolici e stato laico. La maggioranza dei polacchi è per la libertà di scelta e a Varsavia appoggia la sindaca che ha licenziato il direttore obiettore

Un articolo di Mauro Caterina ci dà il quadro della situazione polacca:  gerarchie ecclesiastiche, politica, obiezione di coscienza, mammane  e …  viaggi all’estero per chi può.  Come sempre il vero discrimine, nell’assenza del servizio pubblico, diventa la disponibilità economica.
Polonia. I medici sottoscrivono una «dichiarazione di fede» per disattendere la già restrittiva legge. Viaggio nel Paese ipercattolico dove è legale solo l’interruzione di gravidanza terapeutica, eppure a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza le donne sono alla mercé delle “mammane” o costrette a espatriare verso le cliniche slovacche. Ma stavolta il premier Donald Tusk ha richiamato i sanitari agli obblighi di legge. Un primo piccolo argine ai fondamentalisti
… «La situa­zione in Polo­nia è dram­ma­tica – con­ti­nua – non solo per le donne, ma anche per i medici. I diret­tori di molti ospe­dali sono legati a dop­pio filo alla poli­tica e hanno ami­ci­zie influenti nelle gerar­chie eccle­sia­sti­che. Sono loro che det­tano la linea, e se la poli­tica uffi­ciosa dell’ospedale è quella di dire no all’aborto, sem­pre e comun­que, anche i medici non obiet­tori sono tenuti a farlo. In caso con­tra­rio perdi il lavoro».
http://ilmanifesto.info/sullaborto-la-frontiera-delleuropa-dei-diritti/

Nel paese è anche in atto una forte campagna dei no-choice ma “sulle que­stioni eti­che come l’aborto, la fecon­da­zione in vitro e le unioni civili, la mag­gio­ranza dei polac­chi vede con occhio cri­tico l’ingerenza della chiesa cat­to­lica in poli­tica e i poli­tici ne stanno pren­dendo atto. A sot­to­li­nearlo è Wanda Nowicka, vice­pre­si­dente del Par­la­mento, avvo­cato e da sem­pre in prima linea con le asso­cia­zioni fem­mi­ni­ste: «Non è la prima volta in Polo­nia che viene negato il diritto legale all’aborto ad una donna, ma sta­volta lo stato non ha deciso di chiu­dere gli occhi e girarsi dall’altra parte, bensì ha fatto quello che doveva fare, garan­tire che le leggi ven­gano rispet­tate e i diritti delle per­sone salvaguardati». 

Nel frat­tempo, il legale della donna a cui è stato negato il diritto dell’aborto (che ha portato a termine la gravidanza e il cui figlio è morto pochi giorni dopo il parto per le gravi malformazioni diagnosticate) cui partorito  ha chie­sto i danni all’ospedale. Una sto­ria che ricorda da vicino quella di Ali­cja Tysiac, alla quale era stato impe­dito di abor­tire pur sapendo che por­tare avanti la gra­vi­danza l’avrebbe resa cieca. Il caso è finito alla Corte euro­pea per i diritti dell’uomo, che ha con­dan­nato la Polo­nia ad un risar­ci­mento esemplare.”
http://ilmanifesto.info/ma-la-sindaca-licenzia-il-direttore-dellospedale-obiettore-ultra/

Nosotras decidimos! Derecho al aborto ¡ya! Ecco il video tutorial.

Immagine

Avevamo già visto qualche anteprima … ora è arrivato il

Video Tutorial Flashmob, para el 28 setiembre Madrid, Nosotras Decidimos

Il video è accompagnato dal testo della canzone che accompagnerà  la protesta nazionale del 28 settembre.
from Movimiento Feminista de Madrid on Vimeo.

http://vimeo.com/101909066

LETRA DE LA CANCIÓN
Estribillo:

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

Vaya marrón este ministro
abre la boca y monta el cristo
busca la forma de prohibir
Nuestro derecho a decidir

Y le parece muy normal
los recortes en sanidad
para las criaturas enfermas
si pasen hambre le da igual.

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

Las mujeres para él
No tienen juicio ni moral
para tomar sus decisiones
Sobre la vida y sexualidad

No somos víctimas ya ves
sabemos cómo vivir bien
No queremos padres ni jueces
Que nos tutelen ¡jodete!

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

No soy culpable Gallardón
yo amo la vida y tú no
luchamos contra el odio y la muerte
la injusticia y la represión

Tu hipocresía es singular
Si tienes pasta a Londres a abortar
y si eres pobre correrás riesgos
Pa tu salud, serás ilegal

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal.

La Conferencia Episcopal
Las feministas vamos a quemar
que no se metan en nuestras vidas
Los santurrones de doble moral

No se quieren enterar
que abortaremos en un hospital
no van a controlar nuestros cuerpos
Y nuestra forma de follar

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

Gallardón fuera de aquí
no hemos nacido para parir
abortaremos todas tus leyes
viva el derecho a decidir.

Tu te has creído que eres Dios
Pero eres solo un simple Gallardón
venceremos las mujeres
Haremos la revolución

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

Gallardón fuera de aquí
no hemos nacido para parir
abortaremos todas tus leyes
Viva el derecho a decidir.

Derecho al aborto ¡ya!
Estamos hartas de esperar,
Aborto libre y gratuito
Fuera del código penal

La sindaca di Varsavia licenzia il direttore obiettore di coscienza

La sindaca di Varsavia ha  licenziato il direttore di un ospedale per  non aver inviato in altra sede una donna (incinta di feto gravemente malformato) per un’IVG che lui non poteva fare “per motivi di coscienza” e suggerendo invece alla donna di partorire e lasciare il neonato in hospice (la struttura per il fine vita).
“… Il caso è diventato famoso in Polonia, ci sono state proteste  da parte del clero e  petizioni internet dei cattolici. Il dottor Bogdan Chazan è stato avvicinato in aprile da una donna che voleva abortire perché il bambino che portava in grembo era gravemente deformato. Ha rifiutato, citando “un conflitto di coscienza” e invece di indicarle un altro medico che avrebbe potuto praticare l’aborto, ha suggerito che il bambino fosse tenuto in un ospizio in cui è nato. Come risultato Hanna Gronkiewicz-Waltz, sindaca di Varsavia, ha licenziato il mese scorso il dottor Chazan perché non aveva il diritto di rifiutarsi  e non aveva informato la donna circa le sue opzioni per ottenere una interruzione. Secondo la legge polacca, gli aborti possono essere eseguiti fino alla 25° settimana di gravidanza se la vita della madre o del bambino è a rischio, o nei casi di incesto o stupro. …”

http://www.bioedge.org/index.php/bioethics/bioethics_article/11081