Famiglie: il diritto registra i cambiamenti sociali, i politici sono i più omofobi d’Europa.

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L’italia appare un paese schizofrenico, da una parte il diritto e la magistratura registrano i cambiamenti sociali, dall’altra i politici sono i più omofobi d’Europa.

Mentre a Roma il tribunale per i minorenni ha riconosciuto alla figlia di una famiglia omo-genitoriale  il diritto ad essere adottata dalla mamma non biologica e a prendere il doppio cognome,  il Sindaco di Vigonovo  (Veneto),  seguendo l’esempio di Verona,  vuole mandare in giro gruppi di censori di memoria fascista a controllare chi insegna educazione sessuale nelle scuole.

http://www.articolo29.it/2014/tribunale-per-i-minorenni-roma-riconosce-giuridicamente-mamme-ed-assegna-cognome-lomogenitorialita-sana-meritevole-dessere-riconosciuta/

http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2014/08/29/news/educazione-sessuale-solo-uomo-e-donna-vigilero-nelle-scuole-1.9836120

Leggi anche: https://womenareurope.wordpress.com/2014/07/02/la-regione-lombardia-approva-mozione-discriminante-festa-della-famiglia-naturale-fattore-famiglia-criterio-per-il-sostegno-al-reddito-no-agli-standard-per-leducazione-sessua/

Leggi anche: https://womenareurope.wordpress.com/2014/08/22/la-consulta-milanese-per-la-laicita-chiede-chiarimenti-alla-regione-lombardia-sulla-mozione-per-la-famiglia-naturale/

 

194 Reloaded

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194 Reloaded di  Angela Balzano e Stefania Voli

Pubblicato il 27 luglio 2014 · in AlfaDomenica ·Alfabeta2

Le lotte femministe in questo paese hanno avuto i più svariati obiettivi, ma di rado sono tornate a rivendicare il diritto all’aborto e all’autodeterminazione dopo il 1978 e il 1981 (rispettivamente gli anni dell’approvazione della Legge 194 e del referendum per abrogarla), impegnate com’erano nella battaglia contro la violenza sulle donne e l’uso strumentale che da parte delle istituzioni è stato fatto (in termini di pacchetti sicurezza e decreti anti-prostituzione per esempio), per sviscerare i rapporti tra sessualità e potere.

Negli ultimi anni, invece, il diritto alla libertà di scelta su corpi e salute sessuale è tornato al centro di pratiche e discorsi politici tra donne, e l’esercizio attivo di tale diritto è tornato ad essere terreno di scontro con coloro che rifiutano di riconoscerlo. Oggi la possibilità delle donne di interrompere la gravidanza è compromessa dall’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, previsto all’art 9 della 194. Le percentuali sono arrivate in alcune regioni al 90%, la media nazionale è intorno al 70%. A questi dati allarmanti non si è giunti nell’arco di un paio di anni, perché l’erosione della 194 è avvenuta in modo lento e silenzioso e solo di recente si è imposta all’attenzione di media e discorso pubblico.

Di certo nel 1978 il legislatore non aveva ascoltato le critiche femministe e laiche mosse, tra gli altri, all’art. 9. Critiche che rimangono valide soprattutto alla luce delle percentuali di obiezione raggiunte. La legge concede infatti l’obiezione ai medici senza chiedere loro alcun servizio o onere sostitutivo: essi sono liberi di non eseguire aborti e tale mancata prestazione viene scaricata sui colleghi non obiettori traducendosi in un surplus di lavoro non riconosciuto in termini economici né di carriera. Inoltre all’art. 9 si vieta l’obiezione di struttura, ma non si fissano i parametri per contenerla e garantire la continuità del servizio. Oltre al danno la beffa: oggi sappiamo di interi ospedali in cui è impossibile ottenere anche solo un certificato per interruzione volontaria di gravidanza. Tutto questo nella vita quotidiana delle donne si traduce in peregrinaggi alla ricerca di un ospedale con personale non obiettore, con tempi di attesa che rischiano di allungarsi oltre il termine consentito (90 giorni), esponendo a pericoli maggiori la loro salute. Il quadro è stato aggravato dai tagli alla spesa sanitaria e dalla riforma dei consultori, che hanno snaturato la loro vocazione originaria e specifica, rendendoli luoghi distanti dai bisogni delle donne.

Ma come siamo arrivate a questo? Il 70% di media nazionale di obiettori si spiega con un’epidemia di sincere adesioni alla religione cattolica? La domanda è ironica, ma non più di tanto: i principali difensori dell’obiezione di coscienza all’IVG sono proprio i cattolici e il Movimento per la Vita. Questi, all’indomani del fallimento del referendum abrogativo del 1981, sconfitti dal confronto con una società non più disposta a retrocedere sul terreno dei diritti, hanno impresso un cambiamento decisivo alla loro strategia. Rispetto ad allora, quando giocavano in attacco, oggi i sedicenti pro-life giocano in difesa (contrariamente alle narrazioni con le quali siamo abituate a rappresentarli e immaginarli): il loro obiettivo non è più quello di abolire la 194, ma di usarne i “punti deboli” a loro vantaggio. Come Carlo Casini, presidente del Mpv, afferma chiaramente nel documentario di Irene Dionisio “Così è (se vi pare)”. Il movimento per la vita in Italia: “Chi vuole difendere la vita deve guardare la realtà, oggi non è possibile cambiare la 194, dobbiamo lavorare con quello che abbiamo”.

Sia chiaro, non cambia il fine di Mpv e cattolici: impedire alle donne di decidere. Cambia però la strategia: non più il confronto democratico, ma l’abuso dell’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza finalizzato al raggiungimento del loro obiettivo politico. A riprova di ciò, nonostante l’obiezione di coscienza prevista all’art. 9 riguardi solo “gli interventi finalizzati all’IVG” e quindi solo i ginecologi, assistiamo quotidianamente al suo uso illegittimo da parte di ostetriche e anestesisti, che in nessun caso possono per legge rifiutarsi di prestare l’assistenza precedente e successiva all’aborto. Il dilagare dell’abuso dell’obiezione è testimoniato dal comportamento illegale e illegittimo di medici di base e farmacisti cattolici e pro-life, che addirittura negano la prescrizione e la vendita della pillola del giorno dopo. E in questo caso illegittimità e abuso sono doppi, dato che la pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo ma anticoncezionale di emergenza che non rientra nelle fattispecie previste dalla 194 (come più volte l’AIFA ha ricordato).

Risulta chiaro che Mpv e cattolici sono stati in grado di sfruttare le diverse scappatoie della 194 per svuotarla dall’interno, non limitandosi all’art.9. L’art. 5 infatti prevede che i consultori possano siglare convenzioni con associazioni di volontariato che aiutino la maternità. In questo modo in molte regioni il Mpv è riuscito a piazzare nei consultori i propri centri aiuto alla vita (CAV), luoghi in cui si persuadono le donne a portare a termine la gravidanza e si diffondono distorte informazioni su contraccezione e sessualità. Ecco da dove vengono percentuali così alte di obiezione: i pro-life la promuovono in ogni luogo in cui sono presenti e con ogni mezzo. Non è certo un segreto che il Mpv occupi da tempo posizioni strategiche in ambito sanitario-accademico e che i suoi esponenti abbiano perciò il potere di concertare gli avanzamenti di carriera. E non è difficile dedurre che molti giovani specializzandi in ginecologia diventino obiettori al fine di compiacere il proprio superiore, o anche solo per evitare tutti gli oneri legati alla scelta della non obiezione.

Traducendo in numeri quanto detto, si evidenzia come nelle regioni in cui il Mpv è più radicato le percentuali di obiezione sono più alte: si pensi alla Puglia, dove si contano 18 centri del Mpv e l’obiezione arriva all’80%; o alle Marche dove i CAV sono 10 e in ben 3 ospedali pubblici (Fano, Jesi e Fermo) tutti i medici sono obiettori. Un tentativo per contrastare l’avanzata cattolica in Puglia, era stato fatto nel marzo 2010 dalla giunta regionale, la quale aveva deliberato la riorganizzazione dei consultori pubblici, mirando esplicitamente all’assunzione di personale non obiettore. Peccato che il Forum Associazioni Medici Cattolici e il Movimento per la Vita, rivolgendosi al Tar, ottennero la revoca immediata della delibera nel settembre del 2010.

E allora, dove non riescono le regioni, ci prova il Consiglio d’Europa. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha condannato di recente l’Italia argomentando contro l’obiezione di struttura dilagante nelle sopracitate regioni. Accettando il ricorso promosso dalla LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione della 194) e dall’IPPF (The International Planned Parenthood Federation), il Comitato ha dichiarato inammissibile la mancata garanzia di diritto alla salute e di diritto di scelta determinata dall’art.9 della 194. Al netto del cambio di strategia di Mpv e cattolici e dei tentativi fatti da regioni e istituti Europei contro il dilagare dell’obiezione, la sfida di fronte alla quale i movimenti femministi si trovano potrebbe dunque non essere più quella di difendere una legge che ha in sé le ragioni della sua mancata applicazione.

Forse tale controsenso non ci ha portato a nulla? E se attaccare si rivelasse invece una strategia più efficace? Se è vero, come è stato detto fin’ora e come ha detto lo stesso Casini, che obiettivo e strategia del Mpv è la difesa della 194, nelle parti in cui tutela la maternità, un’opportunità per i movimenti femministi non potrebbe essere quella di rivendicare un concreto cambiamento nella direzione di una reale affermazione dell’autodeterminazione delle donne? Se in questi anni tra le molte manifestazioni, presidi e iniziative, abbiamo scandito “Save 194”, non è forse vero che, un po’ più a bassa voce ci siamo spesso anche dette: “Cambiamola questa 194”? Allora, perché non osare?

Cambiare la 194, al suo art. 9 (e perché no, anche all’art. 5), per abrogare l’obiezione di coscienza e impedire l’accesso ai pro-life nei consultori e nelle strutture ospedaliere pubbliche, adesso. Questa è l’unica soluzione possibile per riequilibrare la legge in base alla sua stessa ratio: tutelare salute, libertà e autodeterminazione delle donne. Non si tratta più di concertare spazi di discussione, di attestarci su posizioni difensive dei nostri diritti, perché i nostri diritti sono già in crisi. Piuttosto che difenderne la causa, perché non rimuoverla? Se il problema è l’ingresso dei cattolici nei consultori – forse non lo si ricorda mai abbastanza, i consultori sono luoghi di salute e cultura, non di culto religioso – non faremmo bene a impedirlo? Se il problema è il massiccio ricorso all’obiezione, insincero e interessato, non faremo bene a vietarlo del tutto?

La direzione è quella verso cui si sono mosse le molte collettive femministe che hanno agito la campagna “Io decido”, sorta dopo la proposta di legge Gallardon in Spagna e arrivata anche in Italia. Pensiamo alle Cagne Sciolte a Roma che hanno organizzato una “pipì” pubblica e collettiva davanti al Ministero della salute rivendicando l’abrogazione dell’art. 9 e portando con sé uno striscione che recitava emblematicamente: #moltopiùdi194! Ancora pensiamo a Torino, Milano, Firenze, Bologna e alle molte città dove le molte realtà femministe hanno denunciato pubblicamente le farmacie che fanno illegittimo ricorso all’obiezione per non vendere la pillola del giorno dopo e hanno occupato le sedi dell’Ordine dei Medici e del Mpv.

Pensiamo alla rete bolognese “Io decido” che quest’anno si è data appuntamento ogni martedì mattina all’alba all’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi per impedire lo svolgimento della preghiera settimanale da quindici anni propinata dai pro-life della comunità Papa Giovanni XXIII alle donne che vi si recano per abortire. La radicalità e la rabbia espresse in queste proteste vanno riprese e diffuse, perché racchiudono in sé stesse l’enzima del cambiamento al quale è necessario mirare: definiscono un campo di conflitto e metamorfosi che va ampliato e agito incessantemente, contro i nuovi dispositivi neoliberisti di controllo e privatizzazione della sfera riproduttiva, contro la forma famiglia che torna a imporsi come istituto di disciplina eteronormativa delle nostre vite.

La rabbia si moltiplica per contaminazione: oltre alle collettive femministe nelle varie regioni si sono diffuse raccolte di firme e campagne informative contro l’obiezione, promosse da reti di giuristi e bioeticisti laici, ostetriche, ginecologi, più in generale personale sanitario e medici. Senza tutte queste iniziative, ci viene da pensare che Zingaretti, presidente della Regione Lazio, non si sarebbe svegliato una mattina con l’illuminata idea di emanare le linee guida che vietano l’obiezione al personale sanitario nei consultori, obbligandolo a firmare tutti i certificati e prescrivere i contraccettivi d’emergenza (in una regione, lo ricordiamo, con presenza di obiettori pari al 90%). Da qui ci piacerebbe ripartire. Vorremmo apprendere ogni giorno notizie come questa, determinare e conquistare con le nostre proteste avanzamenti in termini di libertà e diritti. Ovunque, insieme, ricominciamo e continuiamo ad osare: #moltopiùdi194! #194reloaded!
http://www.alfabeta2.it/2014/07/27/194-reloaded/

Reggiseni in piazza a Valladolid contro le gravissime affermazioni del Sindaco dopo lo stupro collettivo

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Lunedì manifestazione di protesta e reggiseni in piazza a Valladolid contro le affermazioni del Sindaco al quale sono state chieste le dimissioni.
Francisco Javier León de la Riva, dopo lo stupro collettivo avvenuto in città, aveva affermato che alle 6 del mattino bisogna guardare bene dove si sta andando, che non ci può essere un poliziotto ad ogni angolo e che lui ha delle remore ad entrare in ascensore con una ragazza perchè, se lei fosse in cerca di qualche tornaconto, potrebbe uscire agitando la gonna o il reggiseno urlando di essere stata aggredita.
Il Sindaco è anche accusato di non aver finanziato i progetti contro la violenza di genere.
La Coordinadora de Mujeres ha reso noto che la manifestazione ha ricevuto l’appoggio di decine di piattaforme e Collettivi di tutta Spagna.

http://www.elnortedecastilla.es/fotos/valladolid/201408/25/manifestacion-valladolid-para-pedir-309346459475-mm.html

http://www.elmundo.es/espana/2014/08/25/53fb9478268e3e1f7b8b4581.html?cid=SMBOSO25301&s_kw=facebook

La Consulta Milanese per la Laicità chiede chiarimenti alla Regione Lombardia sulla mozione per la famiglia naturale

La Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni chiede chiarimenti a Roberto Maroni, Presidente della Regione Lombardia, sulla mozione “a sostegno della famiglia naturale” approvata  il primo luglio.  La lettera è indirizza anche al Presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo e all’Assessora Maria Crisitina Cantù.
La mozione approvata discrimina le persone e le coppie LGBT e cerca di riportare indietro di almeno tre generazione l’orologio della società contrastando tutte le linee guida e gli indirizzi, nazionali ed europei, in materia educazione e prevenzione e contrasto contro la violenza di genere e omolesbotransfobica.
http://www.milanolaica.it/news-dalla-consulta/139-richiesta-di-chiarimento-a-regione-lombardia-sulla-mozione-per-la-famiglia-naturale.html
Leggi il Testo approvato mozione 263

Vedi anche l’articolo WAE del 2 luglio

 

Irlanda. #notavessel Non siamo contenitori!!! #‎repealthe8th‬ Abroghiamo l’ottavo!!! Dopo le manifestazioni del 20 agosto la strada è il referendum abrogativo dell’ottavo emendamento della Costituzione

#notavessel #‎repealthe8th‬ Non siamo navi! Abroghiamo l’ottavo! Queste sono le parole d’ordine dopo manifestazioni di ieri in Europa. Abortion Rights Campaign – una delle organizzazioni che ha lanciato la protesta del 20 agosto  –  in coalizione con altri gruppi pro-choice,  sta  raccogliendo con una petizione  le firme per chiedere un referendum per abrogare l’8 ° emendamento della Costituzione della Repubblica d’Irlanda che difende il diritto alla vita dell’embrione e impedisce l’emanazione di norme adeguate. La petizione si può leggere e firmare QUI.

Oltre alla petizione è stata lanciata una campagna  di Facebook/Twitter con il tag #notavessel ( Io non sono un contenitore)  QUI (su facebook) le foto.
La lotta delle donne di Irlanda nelle piazze di ieri, così come è successo nei mesi scorsi per la Spagna,  ha visto l’appoggio di altre città europee: ci sono state manifestazioni in diverse capitali ( Berlino, Londra, Varsavia).

 

List of meetings & protests – Wednesday 20/8/2014

Questo è l’elenco delle città dove si sono svolte manifestazioni e iniziative di protesta: Dublin, The Spire at 6pm – Belfast, City Hall at 6pm, Galway – Eyre Square at 6pm – Cork, Courthouse at 6pm – Limerick,  Cellar Door at 8pm -Derry, Guildhall at 6pm -Auckland, Irish Consulate at 8am -London, Irish Embassy at 6pm, Berlin, Irish Embassy at 6.30pm- Warsaw,  Mysia 5 at 10 am

 

Di seguito alcune immagini dalle piazze.
Gli slogan:  “not the church, not the State, women must control their fate” and “abortion rights now.”
Protestors chanted “not the church, not the State, women must control their fate” and “abortion rights now.”

DUBLIN – DUBLINO

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Abortion Rights Campaign,Choice IrelandRally For Choice Ireland, ROSA –  for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity, Real-Productive Health and Aims Ireland

Abortion Righ Campain
As the Health Services Executive is set to respond to the plight of the woman forced to give birth after being denied abortion, here is a brief analysis of the duplicity of the Irish State, the most recent tragedy, and why we know we are ready for a referendum NOW!
Poiché il servizio sanitario è impostato per rispondere alla difficile situazione della donna costretta a partorire dopo che le è  stato negato l’aborto, ecco una breve analisi della duplicità dello Stato irlandese, la più recente tragedia, ed ecco perché sappiamo che siamo pronti per un referendum ORA!
http://www.abortionrightscampaign.ie/2014/08/21/the-appetite-to-repeal-the-8th/

Video di Union Solidarity international USI  della manifestazione del 20 agosto a Dublino.
Dublin protest- pregnant suicidal woman migrant denied an abortion #repealthe8th

http://www.irishtimes.com/news/social-affairs/thousands-at-dublin-pro-choice-march-over-irish-abortion-laws-1.1902968

http://www.thejournal.ie/abortion-protest-dublin-repeal-the-8th-1630053-Aug2014/

BELFAST

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Anyone who wants to continue their support online either from home or at the protest, tweet messages of support and solidarity with the hashtags‪#‎repealthe8th‬ and ‪#‎imnotavessel‬
Chiunque voglia continuare a dare il suo supporto o unirsi alla protesta on-line da casa , tweet messaggi di sostegno e solidarietà con gli  hashtag # repealthe8th e # imnotavessel

GALWAY

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Galway Pro-Choice
Absolutely fantastic turn out today in Galway! Thanks to everyone who came out and took to the streets. Proof again that people want to see a referendum and we won’t stop until we get it. #RepealThe8th
Assolutamente fantastico girare oggi a Galway! Grazie a tutti coloro che sono venuti fuori e sono scesi in strada. Ancora una volta c’è la prova che la gente vuole un referendum e non ci fermeremo finché non lo otterremo. # RepealThe8th

“Lisa Campion from Galway said it was her first protest. I’m one of these people who read in the newspapers all about this kind of stuff, but it just got to the point where I feel I have to come out and make a statement. It’s gotten to the point where we need to make sure that they know we’re not happy with the way things are going.” If you are like Lisa and have never protested before and share her sentiments join us this Saturday at 2pm on O’Connell Street and make your voice heard!
“Lisa Campion da Galway ha detto che era la sua prima protesta. Io sono una di quelle persone che leggono sui giornali tutto su questo genere di cose, ma siamo ormai arrivate al punto in cui mi sento di dover uscire e fare una dichiarazione. Si è giunti al punto in cui abbiamo bisogno di fare in modo che sappiano che non siamo soddisfatti del modo in cui stanno andando le cose. ”
https://www.facebook.com/GalwayProChoice

 

 BERLIN – BERLINO

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We want to gather outside the Irish embassy in solidarity with those in Ireland protesting against the disgraceful treatment of a suicidal woman who was a victim of rape. Another casualty of Ireland’s out-dated abortion laws, she was denied an abortion under the restrictive Protection of Life During Pregnancy Act.
We want to send a message of solidarity to women in Ireland and a message to the Irish government that this legislation is not enough.Please gather, tell your friends and bring signs!
 Protest in front of the Irish Embassy, Jägerstr. 51, Berlin, Germany.
Ci troviamo davanti all’ambasciata irlandese in solidarietà con coloro che in Irlanda protestano contro il trattamento vergognoso di una donna suicida che era una vittima di stupro. Un’altra vittima delle arcaiche leggi sull’aborto in Irlanda:  le è stato negato un aborto sotto la protezione restrittiva di Life During Pregnancy legge.
Vogliamo inviare un messaggio di solidarietà alle donne in Irlanda e un messaggio al governo irlandese che questa legislazione non è sufficiente. Raccogli l’invito, dillo ai tuoi amici e portare manifesti! Protesta davanti alla Ambasciata Irlandese, Jägerstr. 51, Berlino, Germania.

LONDON – LONDRA

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Abortion Rights, 40 Days of Choice, Speaking of Imelda, London Irish Feminist NetworkLIrishFemNetw,
My Belly Is Mine
There was 200 person outside the Irish Embassy in London on Wednesday, August 20th to protest the barbaric treatment of Migrant X at the hands of the Irish State #repealthe8th #notavessel
200 persone davanti alla Ambasciata d’Irlanda a Londra Mercoledì 20 Agosto per protesta contro il barbaro trattamento della Migrante X nelle mani dello Stato d’Irlanda #repealthe8th #notavessel
Nella foto un momento della performance di Speakin fo  I.M.E.L.D.A.
demo and Speaking of I.M.E.L.D.A. performance outside the Irish Embassy in London last night. Migrant X we care about you

WARSZAW- VARSAVIA

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“Tutta la mia solidarietà, con tutto il mio cuore, da Varsavia, Polonia, Anche il mio paese fa cose orribili alle donne. Solo due mesi fa una donna è stata costretta a portare avanti la gravidanza (e poi cesareo) di un bimbo anaencefalo che poi è morto dopo pochi giorni. Noi non siamo vasi, non siamo incubatrici, noi siamo creatrici ed è nostro il diritto di decidere.”
“All my heart’s support from Warsaw, Poland. My country also does ugly things to its women – just two months ago a woman was forced to bear (by CS) an anencaephalous baby, which of course died after a few days. We are not vessels, we are not incubators, we are the Creators and ours is the right to decide!”
Lo scrive una donna di Varsavia, dove il 20 agosto  mattina si è tenuto un presidio di protesta davanti all’ambasciata irlandese, alle  donne di Belfast.
Scrive sulla pagina della manifestazione: https://www.facebook.com/events/308520349309698/

 

 #RepealThe8th
http://www.abortionrightscampaign.ie/repealthe8th/


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La cicatrice non andrà via, dice la giovane donna che ha fatto ripartire la discussione e le manifestazioni sull’aborto in Irlanda

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Mentre arrivano le prime foto da Dublino, dove hanno manifestato più di duemila persone, parla la ragazza che ha subito prima uno stupro da parte di un uomo e  poi violenze da parte delle istituzioni. Dopo due ricoveri, il tentato suicidio, l’alimentazione forzosa, l’aborto negato,  e un cesareo non voluto, la ragazza dice:  “Mi hanno detto che non potevo abortire. Ho risposto: allora lasciatemi morire. Non voglio più vivere in questo mondo. … La cicatrice non potrà mai andare via … sarà sempre un ricordo. A volte, quando sento il dolore … sento di essere stata abbandonata da tutti … io voglio solo che sia fatta giustizia. Per me questa è un’ingiustizia.”
Qui estratti dell’intervista raccolta da Kitty Holland di Irish Time.
http://www.irishtimes.com/news/health/they-said-they-could-not-do-an-abortion-i-said-you-can-leave-me-now-to-die-i-don-t-want-to-live-in-this-world-anymore-1.1901258?page=3

La giornalista racconta  in un video la storia che ha raccolto e analizza il caso.
http://www.irishtimes.com/news/social-affairs/woman-in-abortion-case-tells-of-suicide-attempt-1.1901256

In questo articolo de “il Post” si trovano approfondimenti e link. Di seguito un breve estratto.
L’iter per ottenere l’autorizzazione “è molto difficile, ai limiti del surreale: ogni donna che manifesti intenzioni suicide in gravidanza deve essere esaminata da una commissione di 3 medici, e l’aborto può essere consentito se tutti danno un parere favorevole. In caso contrario la donna può presentare ricorso e venire esaminata da una seconda commissione, dovendo dunque sottoporsi, alla fine, a ben sette giudizi (tutto questo sempre mentre dice di volersi suicidare, e magari ci prova anche). …
Dopo l’approvazione della legge Johanna Westeson, direttrice regionale per l’Europa presso il “Center for Reproductive Rights”, aveva parlato di «una violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute e alla dignità»; Maria Favier, portavoce di Doctors for choice, associazione che riunisce diversi professionisti che si battono per il diritto delle donne, commentando quest’ultimo caso ha detto: «Non sarebbe mai successo in un qualsiasi altro paese civile», aggiungendo che l’episodio «dimostra che le nuove leggi irlandesi non sono adeguate». Máiréad Enright, docente di diritto all’Università di Kent e membro di un’associazione irlandese di avvocati, ha anche detto che la donna in questione non aveva una buona padronanza della lingua inglese, che probabilmente non era stata informata a sufficienza dei suoi diritti e che la sua situazione era complicata dal fatto che per recarsi nel Regno Unito avrebbe avuto comunque bisogno di un permesso speciale, concludendo quindi che l’attuale legge irlandese sull’aborto rende molto difficile e discriminante la condizione di alcune donne che già si trovano in una situazione di vulnerabilità. Tramite la sua associazione, Máiréad Enright ha presentato un documento alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.”

http://www.ilpost.it/2014/08/20/limiti-aborto-irlanda/

Per la libertà di scelta delle irlandesi il 20 agosto, in piazza a Dublino, Belfast, Berlino, Derry e Londra: non si può vivere con questa legge!

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DUBLINO, BELFAST, GALWAY, BERLINO  e LONDRA protestano per l’orrendo trattamento subito da un donna vittima di violenza che è rimasta incita e a rischio di suicidio e alla quale è stata negata la possibilità di abortire per la nuova legge. Non possiamo vivere con questa legislazione e chiediamo  l’abrogazione dell’8° emendamento alla Costituzione, al fine di consentire l’aborto libero, sicuro e legale su richiesta. 

Voices for Choice Unite this Wednesday 20th August at 6:00 pm at the Spire on O’Connell Street, Dublin! Abortion Rights Campaign,Choice IrelandRally For Choice Ireland, ROSA –  for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity, Real-Productive Health and Aims Ireland have jointly called this protest to demonstrate against the horrendous treatment of a rape survivor, who became pregnant and suicidal and was subsequently denied an abortion under the new law. This is legislation we cannot live with and we are calling for the repeal of the 8th amendment to the Constitution in order to allow free, safe, and legal abortion on request.

There will be protests taking place at the same time in Belfast & DerryGalwayBerlin & London.

See more at: http://www.abortionrightscampaign.ie/event/protest-at-treatment-of-suicidal-woman-seeking-abortion-and-call-to-repeal-the-8th/#sthash.uEgsMnGE.dpuf

Alliance for Choice will be holding protests on Wednesday 20 at 6:00 pm outside City Hall in Belfast https://www.facebook.com/events/308520349309698 and the Guildhall in Derry https://www.facebook.com/events/634034053379461/

Mercoledì 20 agosto dalle ore 13.00 alle ore 17.30 Wellington Quay Dublino https://www.facebook.com/events/1530319060524827/

My Belly is Mine will be attending the protest at the Irish Embassy in London on Wednesday, 20 of August at 6pm. Here is the link to the event, created by Abortion Rights East London:
https://www.facebook.com/events/280865805439494/?ref_newsfeed_story_type=regularhttp://mybellyismine.wordpress.com/2014/08/18/doctors-for-choice-express-shock-and-outrage-at-ordeal-of-woman-denied-an-abortion/

Solidarity Protest against Ireland’s Restrictive Abortion Legislation *** Solidaritätskundgebung gegen das irische Abtreibungsverbot
Berlin-Irish Pro Choice Solidarity
20 of August at 6.30 pmIrish Embassy, Jägerstraße 51, Berlin https://www.facebook.com/events/1446677315613539/

 

Irlanda. La violenza dopo la violenza: le impediscono di interrompere la gravidanza, la obbligano a nutrirsi, la costringono al parto cesareo.

Proteste morte di Savita Foto Getty

Ecco cosa succede in Irlanda, dove le donne non possono decidere del  loro corpo.

Violenza su violenza: perché l’Irlanda costringe una donna che fa lo sciopero della fame  a partorire il figlio del suo stupratore? Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, imponendo la volontà di altri.
Quando le donne in Irlanda potranno dire “no”? Oggi scopriamo che la risposta è “mai”, no davvero – no, se un uomo ha altre idee, se lo Stato decide di imporre l’uso di un corpo di donna.
La storia riportata nel Sunday Times di oggi è un catalogo di violazioni. In primo luogo, una donna è stata violentata (violenza numero uno).
Cercò di abortire ma a quanto pare i medici le imperdirono di ottenere il trattamento di cui aveva bisogno (violenza numero due);   anche se molte donne irlandesi viaggiano verso il Regno Unito in questa situazione,  la donna in questo caso non avrebbe potuto perché era una cittadina straniera con incerto status di immigrazione, e il suo inglese limitato probabilmente ha aggravato la sua vulnerabilità.
Disperata, in questa fase, ha espresso l’intenzione suicida ed ha continuato sciopero della fame e della sete:  la Health Service Executive (HSE) ha ottenuto un ordine del tribunale sulla base dell’atto “Protezione della vita durante la gravidanza Act 2013”  per la reidratazione forzata della donna (violenza numero tre).
Infine, i primi di agosto, un certificato è stato rilasciato consentendo una procedura medica da effettuare sulla donna:  il giorno dopo, il bambino è stato partorito con un cesareo (violenza numero quattro), a 24-26 settimane di gestazione, che è la stessa cuspide di vitalità. Il bambino continua a ricevere cure mediche. Non è stata segnalata la condizione della donna.
Il carattere provvisorio del controllo sul proprio corpo è un fatto che le donne in Irlanda devono negoziare giorno dopo giorno, una resistenza a disagi che possono essere maggiori o minori secondo a quali risorse bisogna resistere e a quanto urgente è la loro condizione.
Per alcune, è una questione di shopping in giro per trovare un medico che non insista sul controllo di cosa il vostro marito pensa della vostra routine contraccettiva;  per altre, si tratta di fare un biglietto aereo per una clinica di Londra per ottenere l’aborto che non si può fare a casa; per alcune, si tratta di mangiare fagioli al forno per cena mentre si conservano i soldi per quel biglietto; per Savita Halappanavar nel 2012, è stata la morte, quando i medici si sono rifiutati di interrompere la sua gravidanza, anche se lei stava avendo un aborto spontaneo che ha portato ad una infezione fatale.
In effetti, la norma sulla protezione della vita durante la gravidanza è stata introdotta in seguito alla morte di Halappanavar, e all’orrore della popolazione per l’evidente mancanza di riguardo per la salute e la sopravvivenza di una donna. Vi è, tuttavia, un grave problema in questa norma: in conformità con la legge sull’Ottavo emendamento della Costituzione del 1983, la vita del feto è considerato una “vita umana” tanto quanto quella della donna in stato di gravidanza e sono concessi uguali diritti.
Nella sezione sulla interruzione per le donne suicide, nella legge 2013 si legge:
(1) È lecito eseguire una procedura medica per una donna incinta conformemente alla presente sezione nel corso della quale, o come risultato di cui, una vita umana nascente è finita dove
– (a) soggetto alla sezione 19, tre medici, dopo aver esaminato la donna in stato di gravidanza, hanno certificato congiuntamente in buona fede che-
(i) vi è una reale e sostanziale rischio di perdita della vita della donna per mezzo del suicidio, e
(ii) a loro avviso ragionevole (essendo un parere formato in buona fede che tenga conto della necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile), tale rischio può essere evitato solo eseguendo la procedura medica”.
In altre parole, quello che è successo alla donna nel caso di oggi non è solo assolutamente barbaro, sembra anche essere stato assolutamente di competenza della legge: se  “la necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile”  è un obbligo di legge, perché ignorare le suppliche di una donna per l’interruzione e forzarla con l’alimentazione liquida, invece?
Perché non estrarre chirurgicamente  il feto non appena ha il potenziale di vita indipendente? Il feto è stato anche fornito con un proprio team legale separato dai giudici irlandesi, in una illustrazione drammatica della bagarre per il controllo del corpo femminile che si svolge durante la gravidanza.
Lei diventa solo una risorsa requisita dallo Stato in nome di quella “vita nascente”, che ha inspiegabilmente molto più valore che la vita ex utero della donna traumatizzata.
E che trauma. Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, che impongono la volontà di altri.
Il pene dello stupratore introdotto in lei con la violenza.
Il sondino nasogastrico bloccato nella sua narice e giù contro la sua gola che resiste.
Il bisturi dei medici che la tagliano, le mani nel suo ventre, l’orrore in movimento di un altro corpo all’interno della vostra carne trattenuta.
L’orrore incredibile di essere costretta a offrire la vita al figlio dell’uomo dal quale si è stata violentata.
E il terribile silenzio di non partecipazione, una donna senza una lingua che possa essere udita.
Questa è la violenza dello stato irlandese impone alle donne.
Questo è il motivo per cui le donne irlandesi stanno facendo una campagna per “Abrogare l’Ottavo”: perché le donne sanno che siamo esseri umani, e nessuno di noi dovrebbe essere costretta a vivere sotto una legge che dice il contrario.
http://www.newstatesman.com/politics/2014/08/violation-after-violation-why-did-ireland-force-woman-hunger-strike-bear-her

Nella foto:  le proteste per la morte di Savita Halappanavar nel 2012.  Foto: Getty

 Irlanda: una donna costretta a partorire
Dopo che le è stato negato un aborto, una donna è stata costretta a partorire con taglio cesareo
Domenica scorsa, una giovane donna è stata costretta a partorire, giuridicamente, dal diritto irlandese. Nelle prime 8 settimane di gravidanza, la donna aveva chiesto di abortire sulla base di uno stato di fragilità psicologica, con tendenza al suicidio. Dopo esserle stato negato l’aborto, lei ha minacciato lo sciopero della fame per protestare contro la decisione. Le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale per farla partorire prematuramente – a 25 settimane – per garantire la sua salute. Il bambino è stato immediatamente preso e messo in cura.

Questo nuovo caso non è un caso isolato in Irlanda, dove l’aborto è vietato dopo il referendum del 1983 sancito dalla Costituzione. Solo un “rischio reale e sostanziale” per la donna in stato di gravidanza, che deve essere certificato da medici, permette l’aborto secondo la “Legge sulla protezione della vita durante la gravidanza”, firmata dal presidente. L’aborto resta vietato, in caso di “semplice rischio” per la salute delle donne, in circostanze di stupro, incesto, ma anche se il feto ha una malformazione grave. Questa decisione ha suscitato le reazioni di coloro che già criticavano la mancanza di considerazione delle donne nella legge. Questo caso mette in luce anche le istruzioni mediche fornite ai medici irlandesi: la donna deve avere l’approvazione di sette esperti prima di procedere ad un aborto; la Commissione per i Diritti Umani ha descritto tutto ciò come “ulteriore tortura mentale.”
Mairead Enright, un avvocato e docente in materia di diritti umani presso l’Università di Kent, ha detto che a molte donne di origine immigrata è stato spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare, nel Regno Unito, per esempio, dove l’aborto è legale in determinate condizioni, e di solito ricevono poche informazioni circa la portata dei loro diritti. “
“Questa sentenza rende molte donne vulnerabili in Irlanda, come migliaia di altre donne nelle comunità tradizionalmente svantaggiate,” ha detto.
Avvocati in lotta per l’aborto hanno presentato alla Commissione sulla Condizione delle Donne delle Nazioni Unite un rapporto con i “grandi difetti” nella legge sull’aborto irlandese. Il documento legale osserva che “nelle circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, è responsabilità dei medici e non le donne ad essere custodi del diritto all’aborto.”
Se il comitato delle Nazioni Unite accetterà le argomentazioni del consiglio, sarà la seconda volta quest’anno che il divieto di aborto in Irlanda sarà sfidato dalle Nazioni Unite.
http://www.i24news.tv/fr/actu/international/europe/40698-140818-irlande-une-femme-forcee-de-donner-a-la-vie

 

Irlanda: Donna costretta a partorire con il cesareo dopo che le era stato negato l’aborto. Nonostante la donna migrante avesse dichiarato di essere a rischio di suicidio  prima delle otto settimane, le è stata rifiutata l’interruzione di gravidanza ed è stata costretta dalla corte ad avere il bambino a 25 settimane.
Henry McDonald, Ireland correspondent
The Guardian, Sunday 17 August 2014 20.16
Una giovane donna è stata legalmente costretta a partorire con taglio cesareo, dopo che le è stato negato un aborto in Irlanda: un caso che, dicono  gli esperti,  mostra i difetti nella recente riforma destinata a consentire interruzioni limitate.
La donna, che è una migrante e non può essere nominata per ragioni legali, ha avuto negato un aborto, anche se a otto settimane aveva chiesto l’interruzione di gravidanza, sostenendo che era a rischio suicidio.
Dopo che lei poi ha minacciato uno sciopero della fame per protestare contro la decisione, le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale di consegnare il bambino prematuramente – a circa 25 settimane, secondo alcuni rapporti – per garantire la sua sicurezza. Il bambino è stato messo in cura.
Il caso è la prima vera prova della Legge di protezione della vita in gravidanza 2013 (2013 Protection of Life During Pregnancy Act), che permette di aborti limitati negli ospedali irlandesi. La legge prevede i casi in cui la vita della donna sarebbe in pericolo se la gravidanza va a termine, o nei casi in cui lei è a rischio suicidio in caso di stupro o l’incesto. I critici dicono che in questo caso la legge ha dimostrato di nessun valore pratico per la donna in questione.
Il caso mette in luce anche le linee guida mediche fornite ai medici irlandesi, che secondo le organizzazioni pro-choice ostacola seriamente le donne a rischio di suicidio che vogliono abortire. Le linee guida indicano che le donne che cercano un aborto possono aver bisogno dell’approvazione fino a un massimo di sette esperti.
Le attiviste pro-choice vogliono sapere se alla donna in questione è stata offerta la possibilità di un aborto nel Regno Unito.
Mairead Enright, docente di diritto dei diritti umani presso l’Università di Kent e un membro degli avvocati irlandesi di base per la scelta, ha detto: “Una donna potrebbe essere in grado di ottenere un aborto nel Regno Unito dopo 24 settimane, per motivi limitati, tra cui quello per salvare la sua vita o per prevenire gravi lesioni permanenti alla sua salute fisica o mentale.
“In molti casi, come già sappiamo fin troppo bene, il diritto di viaggiare non ha senso per la grande varietà di donne molto vulnerabili, che non hanno possibilità di accedervi. Tuttavia, è probabile che sapere quello che accade in casi come questo potrebbe scoraggiare del tutto  le donne dal richiedere l’applicazione della legge. ”
Enright ha detto che migliaia di donne in Irlanda che sono cittadine stranieri e quelle Irish Travelling community sono ora a rischio di vedersi rifiutato gli aborti negli ospedali della Repubblica o l’alternativa di una interruzione  in Gran Bretagna.
Ha detto: “E ‘stato riportato che questa donna non aveva  una grande padronanza della lingua inglese o non era pienamente consapevole dei suoi diritti ai sensi del diritto irlandese, le è stata offerto l’alternative da parte del team medico che stava esaminando il suo caso dicendole che poteva andare  in Inghilterra.? anche se questo era più complicato del solito perché  che lei avrebbe avuto bisogno di un visto speciale per lasciare lo stato per la Gran Bretagna?
“Questa sentenza rende vulnerabili un sacco di donne in Irlanda, come le migliaia di migranti e donne provenienti da comunità tradizionalmente svantaggiate come i viaggiatori, a rischio ancora maggiore.
“Le donne in queste comunità hanno  spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare o sono fornite di pochissime informazioni sui loro diritti.”
Avvocati per la scelta (Lawyers For Choice) ha presentato alla Commissione delle Nazioni Unite un documento  sullo “Status delle donne”, su ciò che vede come principali difetti della nuova legislazione sull’aborto.
Il documento legale osserva che “in tali circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, sono i  medici statali e non le donne che decidono sull’aborto. In tutti gli altri casi la legge statale rafforza in modo efficace una serie di oneri sociali ed economici per punire le donne che cercano di interrompere la gravidanza. ”
 Se il comitato ONU accetterà gli argomenti degli avvocati sarà la seconda volta, quest’anno, che viene  fortemente criticato il divieto generale di aborto nello stato irlandese. La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha descritto il processo di mettere una donna incinta suicida sotto valutazione di un numero che arriva fino a sette medici una “tortura mentale aggiuntiva”.
http://www.theguardian.com/world/2014/aug/17/ireland-woman-forced-birth-denied-abortion

 

Quanto vale il lavoro delle donne nei centri antiviolenza?

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A proposito di violenza, convenzione di Istanbul, finanziamenti e lavoro delle donne.
Un esempio di come vanno le cose …
Ecco la situazione del centro antiviolenza Demetra che sta cercando di portare avanti il progetto:  le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali, vediamo che faranno.

“… Un dato che non viene mai conteggiato è invece il valore economico del volontariato. … Se si calcola invece economicamente il volontariato tenendo conto di una retribuzione di 15 euro all’ora, si verifica che tradotto in termini economici, il centro antiviolenza Demetra ha prodotto un lavoro pari a 44mila 220 euro.
L’ indagine di Intervita Onlus ha fatto un calcolo dei costi della violenza contro le donne: il silenzio sul femminicidio costa 16,7 miliardi di euro: piu’ di una legge di stabilità. Gli investimenti invece sono solo di 6,3 milioni di euro. La conclusione è che nel 2012 una donna ogni 3 giorni è stata uccisa dal proprio partner, e che più di un milione di donne hanno subito almeno una molestia. Volendo stimare anche gli atti di violenza si arriva alla cifra stratosferica di 14 milioni: ovvero 26mila euro al minuto. …. In attesa di risposte istituzionali il lavoro delle donne dei centri antiviolenza mantiene in essere, nonostante tutto, progetti per la salute e la vita delle donne. Ma fino a quando?”

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Il 30 settembre  la prima convenzione del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto si concluderà. Le donne del centro stanno interloquendo con le istituzioni locali per chiedere una implementazione dei progetti del centro antiviolenza, aumentando il finanziamento all’associazione anche in previsione dell’apertura della Casa Rifugio. Una struttura arredata e sistemata con le sole forze dell’associazione, che non avra’ costi di locazione perche’ di proprieta’ di una concittadina che ha stipulato   un contratto di comodato gratuito con l’associazione Demetra.

La Convenzione di Istanbul, entrata in vigore il 1 di agosto indica ai Paesi che l’hanno sottoscritta, di sostenere le organizzazioni non governative,  la legge contro le disciminazioni varata dalla Regione Emilia Romagna riconosce il valore dei centri antiviolenza, il protocollo Anci -D.i.Re sottoscritto nel maggio 2013 anche, ma saranno sufficienti studi, linee guida, trattati internazionali, firme su firme e dichiarazioni di intenti  in assenza di una volontà politica di intervenire strutturalmente…

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La prima condanna in Italia per discriminazione fondata sull’orientamento sessuale: un caso esemplare.

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da articolo 29

Il Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Bergamo, con ordinanza del 6 agosto 2014 ha condannato un notissimo avvocato italiano per discriminazione diretta fondata sull’orientamento sessuale. Si tratta della prima decisione del genere nel nostro Paese.

(Marco Gattuso) Il Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Bergamo, con ordinanza del 6 agosto 2014, ha accertato il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese da un noto avvocato italiano, consistenti nell’avere affermato, nel corso di un programma radiofonico, di non voler assumere nel proprio studio avvocati, altri collaboratori e/o lavoratori omosessuali, condannandolo a risarcire i danni non patrimoniali subiti dalla ricorrente Associazione Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford ed a pubblicare l’ordinanza a proprie spese su uno dei principali quotidiani del Paese (il Corriere della Sera). Per quanto la disciplina antidiscriminatoria a protezione delle persone omosessuali sul luogo di lavoro sia stata introdotta in Europa, e dunque anche in Italia, da ben quattordici anni, si tratta del primo caso in assoluto di sua applicazione.

Ospite nell’ottobre 2013 della trasmissione “La zanzara”, l’avvocato aveva fatto diverse affermazioni palesemente ostili nei confronti delle persone gay e lesbiche, affermando, in particolare, che gli omosessuali “mi danno fastidio” e che “intanto io ad esempio nel mio studio faccio una cernita adeguata”; all’ulteriore domanda del conduttore “cioè, non ho capito, lei, se uno è omosessuale, non lo assume nel suo studio?” l’avvocato ribatteva “ah sicuramente no, sicuramente no” e reiterava più volte il concetto (“beh, vabbè sarà discriminazione, a me non me ne frega niente”; sollecitato ancora sul punto dal conduttore della trasmissione, “ognuno stia a casa sua, d’accordo, ma uno che vuole lavorare da lei, lei non può mettere il paletto <>”; “no, no, io metto questo paletto sì”; “arriva nell’ufficio del prof. Xxxxxxx un signore, chi è ? sono Francesco, prego avanti, salve sono laureato a Yale, sono il miglior avvocato su piazza però sono omosessuale, che dice Xxxxxxxx, non lo prende, il miglior avvocato del mondo?” l’avvocato rispondeva: “perché lo devo prendere, faccia l’avvocato se è così bravo e così, diciamo, così capace di fare l’avvocato si apra un bello studio per conto suo e si fa la professione dove meglio crede. Da me non… mi dispiace turberebbe l’ambiente, sarebbe una situazione di grande difficoltà”).

La vicenda appare come un evidente caso di scuola di discriminazione, non potendosi negare in alcun modo il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese da un datore di lavoro di non voler assumere nel proprio studio collaboratori o lavoratori in quanto omosessuali. Come noto,  la direttiva 2000/78/CE del 27.11.2000 (una delle due direttive antidiscriminatorie emanate nel 2000 dall’Unione europea, la quale si applica al solo campo lavorativo vietando ogni forma di discriminazione, per razza, sesso, handicap, religione, età, orientamento sessuale, mentre la Racial Equality Directive 2000/43/EC si applica in ogni settore della vita, dunque non solo in ambito lavorativo, ma limitatamente alle sole discriminazioni razziali) ha stabilito un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro, vietando espressamente, fra l’altro, la discriminazione per orientamento sessuale. Alla stessa è stata data applicazione in Italia con il d.lgs. 216/03 che fra le diverse possibili ipotesi di discriminazione richiama la limitazione delle stesse condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro (art. 3, comma 1, lett. A). Nel definire la discriminazione diretta, il d.lgs. 216/03, precisa che la stessa si rinviene ogniqualvolta “una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga”, introducendo, in conformità con la direttiva europea, sia una comparazione attuale, che una comparazione meramente ipotetica.

Nell’applicare, per la prima volta, tali disposizioni, il Tribunale di Bergamo ha richiamato il noto, recente, precedente del 25 aprile 2013 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Asociaţia Accept contro Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării (pubblicata su ARTICOLO29 con commento di Carmelo Danisi Lavoro, assunzioni e omofobia alla Corte di Giustizia) che a sua volta rappresenta la prima applicazione della direttiva in una ipotesi discriminazione di una persona omosessuale in materia di assunzione. In quel caso era stata intrapresa un’azione risarcitoria nei confronti del “patron” di una squadra di calcio da parte di un’associazione per la difesa dei diritti delle persone LGBT, in riferimento ad affermazioni palesemente discriminatorie (“neppure se dovesse chiudere la FC Steaua, prenderei in squadra un omosessuale”, “non c’è posto per un gay nella mia famiglia e la [FC] Steaua è la mia famiglia”). Tra i vari principi evidenziati nella decisione, la Corte europea aveva sottolineato come non appaia indispensabile che vi sia una vittima accertata ai fini della verifica del carattere discriminatorio delle politiche di assunzione di un datore di lavoro, atteso che dichiarazioni pubbliche volte ad escludere l’assunzione di un soggetto in ragione del suo orientamento sessuale appaiono già di per sé sufficienti per presumere che il datore non abbia assunto e non assumerebbe in futuro dipendenti in ragione della loro omosessualità.

Il Tribunale di Bergamo rileva per conseguenza come risulti punibile a norma della direttiva “anche una condotta che, solo sul piano astratto, impedisce o rende maggiormente difficoltoso l’accesso all’occupazione, come nei casi analoghi sottoposti all’esame della Corte di Giustizia (causa C-81/12 Associatia Accept, nonché causa C-54/07)”, chiarendo peraltro come sul piano concreto le dichiarazioni possano avere verosimilmente ostacolato o potranno verosimilmente ostacolare in futuro la stessa presentazione di curricula all’avvocato resistente da parte di aspiranti avvocati, collaboratori o dipendenti omosessuali, mentre “come chiarito dalla Corte di Giustizia, «l’esistenza di una discriminazione diretta, ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78 non presuppone che sia identificabile un denunciante che asserisca di essere stato vittima di tale discriminazione» (così, par. 36 causa C-81/12 Associatia Accept, nonché par. 23 causa C-54/07)”.

Com’è noto, l’applicazione del principio di non discriminazione in ambito civile impone una parziale inversione dell’onere della prova: per la Corte di giustizia dell’Unione europea, essendo palese il carattere discriminatorio delle dichiarazioni rese dai datori rumeni (nella specie, da parte di un soggetto terzo comunque riconducibile alla società convenuta), questi ultimi sono tenuti a dimostrare “con qualsiasi mezzo giuridico […] che la loro politica delle assunzioni si basa su fattori estranei a qualsiasi discriminazione fondata sulle tendenze sessuali”. Sotto tale profilo anche il Tribunale lombardo rileva come il convenuto nelle proprie difese si sia limitato ad affermare che tali espressioni sarebbero state proferite come privato cittadino (?) e non abbia “offerto di dimostrare che la prassi effettiva di assunzioni presso il suo studio non corrisponde al contenuto delle sue dichiarazioni”.

Il caso dimostra, dunque, la particolare efficacia della Direttiva europea volta a contrastare la discriminazione nei confronti delle persone omosessuali, in quanto capace di fornire una difesa avanzata ed un contrasto efficace ad ogni politica discriminatoria in ambito lavorativo. Il ricorso allo strumento civile, oltre che estremamente celere (difficilmente in un caso del genere si sarebbe avuta una condanna penale in pochi mesi) e favorevole sotto il profilo probatorio (in ambito penale mai sarebbe ipotizzabile un rovesciamento sull’accusato dell’onere di provare la propria innocenza), appare particolarmente efficace anche sotto il profilo sanzionatorio, essendo pienamente satisfattivo delle esigenze di difesa delle persone discriminate, poichè ha idonea efficacia stigmatizzante della condotta. Il tribunale di Bergamo condanna difatti il resistente a versare all’Associazione Avvocatura per i diritti LGBTI, Rete Lenford (che ha il merito d’avere promosso il giudizio e raccoglie e festeggia adesso un’indubbia vittoria) la somma di € 10.000, definita dal giudice “non simbolica” e, soprattutto, ordina al convenuto “la pubblicazione, a sue spese, di un estratto del presente provvedimento, in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità, su «Il Corriere della Sera». Il Tribunale rileva infatti come “l’unica concreta modalità attraverso la quale è possibile la rimozione della condotta discriminatoria è quella di dare adeguata pubblicità al presente provvedimento, anche in considerazione dell’eco che le dichiarazioni hanno avuto, sia per il fatto di provenire da un professionista pubblicamente molto noto, sia per la diffusione nazionale della trasmissione nel corso della quale sono state rese”.

E data la risonanza mediatica già avuta dal provvedimento non è da dubitarsi del suo effetto non solo di sanzione nei confronti del resistente ma anche general-preventivo, diretto, cioè, a prevenire anche da parte di ulteriori datori di lavoro l’assunzione di illegittime condotte discriminatorie nei confronti delle persone omosessuali.

http://www.articolo29.it/2014/prima-condanna-in-italia-per-discriminazione-fondata-sullorientamento-sessuale-caso-esemplare/

Soddisfatta Avvocatura per i Diritti LGBT – Rete Lenford : “Il successo ottenuto dall’Associazione rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. E’ il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI.” “Ringraziamo le persone e le associazioni che hanno voluto congratularsi con la nostra Associazione per aver avviato il procedimento contro le dichiarazioni rese dall’avv. Taormina. Si tratta di una vittoria collettiva che speriamo contribuisca a rendere l’Italia un paese migliore e più inclusivo.” 

da Rete Lenford – Avvocatura diritti LGBT
Comunicato stampa  del 6 agosto

Straordinario esito del procedimento promosso nei confronti dell’avvocato Carlo Taormina che, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai assunto collaboratori omosessuali.

Il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle sue affermazioni e condannato l’avvocato al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, nonché alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano nazionale “Il Corriere della Sera”. Peraltro, in caso di inottemperanza, l’associazione che ha promosso la causa potrà provvedere a proprie spese alla pubblicazione della sentenza, con diritto di rivalsa verso l’avv. Taormina.

Il successo ottenuto dall’Associazione rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. E’ il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI.

Come ricorda il presidente dell’associazione Antonio Rotelli: “questa sentenza si pone anche come monito verso le future affermazioni a carattere discriminatorio, in quanto riconosce che non ogni opinione è legittima; dichiarare pubblicamente di non voler assumere collaboratori sulla base del loro orientamento sessuale è una discriminazione punita dalla legge”.

La co-presidente Maria Grazia Sangalli ci tiene a puntualizzare che “l’intero risarcimento riconosciuto all’associazione, pari a 10.000 euro, sarà impegnato in attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità”.

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, i componenti del collegio difensivo, gli avvocati Alberto Guariso e Caterina Caput, si dichiarano soddisfatti per il successo ottenuto.

http://www.retelenford.it/taorminaaffermazionidiscriminatorie

Sul sito di Rete lenford – Avvocatura per i diritti LGTB si può leggere l’ordinanza
http://www.retelenford.it/node/986