“Uno di noi”: i no-choice non accettano il blocco della proposta di legge e provano a far ricorso alla Corte di giustizia europea

Vi ricordate la campagna europea “One of us” lanciata lo scorso anno per raccogliere firme per far riconoscere lo status giuridico di persona dell’embrione?

La campagna ha raccolto in tutta Europa un milione e settecento mila firme, sufficienti per far pronunciare la Commissione sulla possibilità di discutere in Parlamento una proposta di legge su questo argomento. La Commissione Barroso il 28 maggio scorso pose il veto e di fatto bloccò l’iter della proposta di legge, viene da dire fortunatamente.

Come ci si poteva spettare il Comitato Uno di noi non si è arreso e vista anche la composizione del nuovo Parlamento europeo ha deciso di fare ricorso alla Corte di Giustizia europea,  insomma la loro battaglia contro le donne e contro la laicità continua.

Qui sotto trovate un articolo di Avvenire sulla questione.

27 luglio 2014 AVVENIRE
Uno di noi, la battaglia riparte
Per la difesa dell’embrione ricorso alla Corte di giustizia Ue
Dopo il veto da parte della Commissione Barroso ora la contromossa del Comitato europeo
EMANUELA VINAI Roma
Omessa risposta, violazione del processo democratico ed evidenti contraddizioni. Per queste ragioni il Comitato europeo per Uno di Noi, l’iniziativa che aveva portato a raccogliere due milioni di firme per il riconoscimento della dignità dell’embrione umano, ha presentato ricorso presso la Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo contro la Commissione europea, il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo. Il ricorso è volto a chiedere l’annullamento della comunicazione 355 con cui la Commissione stessa aveva deciso di non trasmettere la proposta legislativa “Uno di noi” al Parlamento europeo e al Consiglio Ue. Il 28 maggio scorso infatti, nell’ultimo giorno del suo mandato, l’ex Commissione Barroso aveva posto il veto all’iniziativa dei cittadini “Uno di noi – One of us”, la più grande petizione della storia delle istituzioni europee, sostenuta da 1.721.626 firme certificate di cittadini da 28 nazioni, promossa per chiedere la fine dei finanziamenti pubblici europei a pratiche che comportino la deliberata distruzione di vite umane prima della nascita

Già all’indomani della decisione Grégor Puppinck, rappresentante del Comitato, aveva espresso «profonda delusione per una Commissione sorda che esercita un potere illegittimo, poiché spetta al Parlamento europeo pronunciarsi politicamente sul merito dell’iniziativa». Secondo quanto rilevato dai promotori della campagna, la Commissione, invece di riconoscere il successo della campagna, con la bocciatura aveva frustrato il meccanismo di partecipazione popolare istituito dal Trattato di Lisbona che, in questo modo, risulta svuotato delle sue finalità.

Anche Carlo Casini, presidente del Comitato Italiano aveva parlato di responso «inaccettabile», perché «evita di esaminare i punti critici e non prende neppure in considerazione la domanda fondamentale relativa alla necessità che le istituzioni europee riconoscano il concepito come un essere umano, cioè come uno di noi fin dal concepimento». Contestualmente, Casini aveva anche lanciato un appello internazionale a scienziati, giuristi e politici per riproporre l’iniziativa al nuovo Parlamento con ancora maggior forza.

Puppinck, dal canto suo, aveva assicurato che per il Comitato la procedura non era affatto chiusa: «da una parte la decisione della Commissione è suscettibile di ricorso presso la Corte di Lussemburgo, dall’altra è stato eletto un nuovo Parlamento e verrà nominata una nuova Commissione». E il ricorso è arrivato. Il Comitato, nell’istanza al tribunale del Lussemburgo presentata il 25 luglio, deduce l’assenza di una risposta appropriata in merito alle questioni sollevate contestando in primo luogo alla Commissione di non aver risposto all’affermazione secondo cui l’embrione umano è un essere umano e, in seconda battuta, di aver ingiustamente ed erroneamente messo da parte la decisione Oliver Brüstle contro Greenpeace, pronunciata il 18 ottobre 2011, anche se pienamente rilevante per la definizione dello status dell’embrione. Secondo quanto riportato nel ricorso inoltre, la Commissione non ha affrontato evidenti contraddizioni, come il sostenere che non viene “incoraggiata” la ricerca sull’embrione, mentre, di fatto, viene comunque finanziata la ricerca che presuppone la distruzione degli embrioni. Infine, si contesta alla Commissione un’evidente violazione del processo democratico, laddove gli obiettivi del trattato di Lisbona sono volti a migliorare la legittimità democratica delle istituzioni e incoraggiare la partecipazione dei cittadini europei nel processo democratico. «Se un ECI può essere respinta dalla Commissione per ragioni soggettive o arbitrarie senza essere esaminata dal Parlamento», denuncia Grégor Puppinck, «gli obiettivi del Trattato sono contrastati e la ECI è un meccanismo falso di democrazia partecipativa».

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