ll comune di Verona vuole istituire un numero verde per segnalare chi trasgredisce le linee guida comunali su famiglia e sessualità

Siamo andate a leggere sul portale del comune l’ordine del giorno promosso dal consigliere comunale Alberto Zelger e approvato dal Consiglio comunale di Verona con 17 voti a favore e 12 contrari.
L’ordine del giorno interviene pesantemente in materia di  famiglia, affettività, educazione e orientamento sessuale.
Ecco il documento:
scarica qui il file: Verona426_odg
leggi sul sito del comune cliccando QUI:

L’ordine  del giorno

INVITA IL SINDACO E LA GIUNTA

􀀐 a vigilare affinché, nelle scuole di competenza comunale, venga data un’adeguata informazione preventiva ai genitori sul contenuto dei progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sugli eventi ludici, che vengono proposti ai loro figli;

􀀐 a delegare al Coordinamento Servizi Educativi l’onere della raccolta delle segnalazioni dei genitori e degli insegnanti sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sul materiale didattico, che risultino in contrasto con i loro principi morali e religiosi;

􀀐 a predisporre uno strumento di raccolta delle segnalazioni di cui sopra, con apposito spazio sul portale del Comune ed eventualmente anche attraverso un numero verde, istituito dal Comune o da qualche altro ente o associazione, che se ne assumesse l’onere; al Comune spetterebbe comunque il compito di darne adeguata pubblicità;

􀀐 a riferire periodicamente alla Commissione competente sulle segnalazioni di cui sopra.

Leggi anche: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/29/verona-proscrizione-contro-gli-insegnanti-che-parlano-di-gay-a-scuola/1075170

“Uno di noi”: i no-choice non accettano il blocco della proposta di legge e provano a far ricorso alla Corte di giustizia europea

Vi ricordate la campagna europea “One of us” lanciata lo scorso anno per raccogliere firme per far riconoscere lo status giuridico di persona dell’embrione?

La campagna ha raccolto in tutta Europa un milione e settecento mila firme, sufficienti per far pronunciare la Commissione sulla possibilità di discutere in Parlamento una proposta di legge su questo argomento. La Commissione Barroso il 28 maggio scorso pose il veto e di fatto bloccò l’iter della proposta di legge, viene da dire fortunatamente.

Come ci si poteva spettare il Comitato Uno di noi non si è arreso e vista anche la composizione del nuovo Parlamento europeo ha deciso di fare ricorso alla Corte di Giustizia europea,  insomma la loro battaglia contro le donne e contro la laicità continua.

Qui sotto trovate un articolo di Avvenire sulla questione.

27 luglio 2014 AVVENIRE
Uno di noi, la battaglia riparte
Per la difesa dell’embrione ricorso alla Corte di giustizia Ue
Dopo il veto da parte della Commissione Barroso ora la contromossa del Comitato europeo
EMANUELA VINAI Roma
Omessa risposta, violazione del processo democratico ed evidenti contraddizioni. Per queste ragioni il Comitato europeo per Uno di Noi, l’iniziativa che aveva portato a raccogliere due milioni di firme per il riconoscimento della dignità dell’embrione umano, ha presentato ricorso presso la Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo contro la Commissione europea, il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo. Il ricorso è volto a chiedere l’annullamento della comunicazione 355 con cui la Commissione stessa aveva deciso di non trasmettere la proposta legislativa “Uno di noi” al Parlamento europeo e al Consiglio Ue. Il 28 maggio scorso infatti, nell’ultimo giorno del suo mandato, l’ex Commissione Barroso aveva posto il veto all’iniziativa dei cittadini “Uno di noi – One of us”, la più grande petizione della storia delle istituzioni europee, sostenuta da 1.721.626 firme certificate di cittadini da 28 nazioni, promossa per chiedere la fine dei finanziamenti pubblici europei a pratiche che comportino la deliberata distruzione di vite umane prima della nascita

Già all’indomani della decisione Grégor Puppinck, rappresentante del Comitato, aveva espresso «profonda delusione per una Commissione sorda che esercita un potere illegittimo, poiché spetta al Parlamento europeo pronunciarsi politicamente sul merito dell’iniziativa». Secondo quanto rilevato dai promotori della campagna, la Commissione, invece di riconoscere il successo della campagna, con la bocciatura aveva frustrato il meccanismo di partecipazione popolare istituito dal Trattato di Lisbona che, in questo modo, risulta svuotato delle sue finalità.

Anche Carlo Casini, presidente del Comitato Italiano aveva parlato di responso «inaccettabile», perché «evita di esaminare i punti critici e non prende neppure in considerazione la domanda fondamentale relativa alla necessità che le istituzioni europee riconoscano il concepito come un essere umano, cioè come uno di noi fin dal concepimento». Contestualmente, Casini aveva anche lanciato un appello internazionale a scienziati, giuristi e politici per riproporre l’iniziativa al nuovo Parlamento con ancora maggior forza.

Puppinck, dal canto suo, aveva assicurato che per il Comitato la procedura non era affatto chiusa: «da una parte la decisione della Commissione è suscettibile di ricorso presso la Corte di Lussemburgo, dall’altra è stato eletto un nuovo Parlamento e verrà nominata una nuova Commissione». E il ricorso è arrivato. Il Comitato, nell’istanza al tribunale del Lussemburgo presentata il 25 luglio, deduce l’assenza di una risposta appropriata in merito alle questioni sollevate contestando in primo luogo alla Commissione di non aver risposto all’affermazione secondo cui l’embrione umano è un essere umano e, in seconda battuta, di aver ingiustamente ed erroneamente messo da parte la decisione Oliver Brüstle contro Greenpeace, pronunciata il 18 ottobre 2011, anche se pienamente rilevante per la definizione dello status dell’embrione. Secondo quanto riportato nel ricorso inoltre, la Commissione non ha affrontato evidenti contraddizioni, come il sostenere che non viene “incoraggiata” la ricerca sull’embrione, mentre, di fatto, viene comunque finanziata la ricerca che presuppone la distruzione degli embrioni. Infine, si contesta alla Commissione un’evidente violazione del processo democratico, laddove gli obiettivi del trattato di Lisbona sono volti a migliorare la legittimità democratica delle istituzioni e incoraggiare la partecipazione dei cittadini europei nel processo democratico. «Se un ECI può essere respinta dalla Commissione per ragioni soggettive o arbitrarie senza essere esaminata dal Parlamento», denuncia Grégor Puppinck, «gli obiettivi del Trattato sono contrastati e la ECI è un meccanismo falso di democrazia partecipativa».

L’importanza della libertà di scelta

Dall’editoriale di Umberto Veronesi del 26 luglio 2014 su La Stampa

In questo editoriale Umberto Veronesi parla di cosa è davvero importante che ci sia nelle nuove linee giuda sulla fecondazione eterologa, ma soprattutto quale è secondo lui il punto di vista dal quale deve partire il legislatore quando affronta argomenti “eticamente sensibili realtivi alla salute”.

“Io penso che non è con le leggi che si possono guarire le persone o tutelare la loro salute, mentre è con le leggi che si dovrebe garantire la libertà di scelta. […..]

Dobbiamo iniziare a parlare di libertà di scelta perchè questo è il punto cruciale quando parliamo di salute, di vita e di morte. [….]

La parola scelta è un punto cruciale perchè mette il diritto di morire sullo stesso piano degli altri diritti della persona universalmente riconosciuti: il diritto di formare o non formanre una famiglia, di scegliere il proprio domicilio e il proprio lavoro, di procreare in modo consapevole, il diritto all’istruzione e, appunto, il diritto ad una giustiza equa.”

Libertà di scelta - Umberto Veronesi

 

Qui sotto trovate le anticipazione delle linee guida per la fecondazione eterologa.

 

Fecondazione, le linee guida:
“Figli in provetta con l’eterologa
fino all’età della menopausa”

Il ministero: per chi dona il limite è di 35 anni per le donne e i 45 per gli uomini
PAOLO RUSSO
ROMA

Dietrofront. Le donne potranno avere figli in provetta con l’eterologa fino all’età della menopausa. Mentre per chi dona il limite è di 35 anni per le donne e i 45 per gli uomini. Il chiarimento viene dal ministero della Salute dopo la valanga di prese di posizione negative che questa mattina hanno accompagnato l’annuncio del limite di 35 anni per le donne che intendano accedere alla eterologa. Per il resto tutto confermato. Non più di 10 bimbi per genitore biologico, che deve restare anonimo, salvo non vi siano motivi di salute a consigliare il contrario. Niente cataloghi dai quali scegliere occhi, altezza e magari quoziente intellettivo del donatore. E via libera alla fecondazione assistita anche quando entrambi i coniugi sono sterili. E’ la ricetta del comitato di esperti nominato dalla Lorenzin per evitare “provetta selvaggia”. Il documento è arrivato ieri sulla scrivania del Ministro della salute che è intenzionata a fotocopiarlo rapidamente sulla carta intestata di un decreto legge. Che potrebbe essere partorito anche prima della pausa estiva.

 

Ha fretta il ministro, perché la Corte costituzionale si è già espressa più di tre mesi fa sull’eterologa e da quella sentenza potrebbero nascere già i primi bimbi di donatori esterni alla coppia. Senza regole ben definite, soprattutto sugli aspetti che riguardano la tutela della salute, sia di chi riceve la donazione che dei nascituri, tiene a sottolineare il capo di Gabinetto del dicastero, Giuseppe Chinè. Consentendo solo figli in provetta della coppia, la legge 40 non aveva infatti recepito la normativa comunitaria che per l’eterologa impone test stringenti, soprattutto su Hiv ed epatite. Test che verranno ora inseriti nel decreto insieme a quelli genetici, autorizzati però solo nel caso il nascituro venga colpito da una malattia genetica della quale è necessario stabilire le origini. Per gli stessi motivi sarà possibile conoscere il proprio genitore biologico, che in tutti gli altri casi deve invece rimanere anonimo.

 

I test saranno a carico dello Stato, ed anche per non spendere soldi invano chi dona ovociti o embrioni deve essere in età fertile. Da qui il limite di35 anni per le donne e 45 per gli uomini, in linea con i parametri medi di fertilità registrati in Europa.

 

Altro punto spinoso è quello del limite alle donazioni, del quale nelle legge 40 non c’è traccia. Nel decreto invece ci sarà, ed quello di 10 nati per ciascun donatore. “Questo –spiegano gli esperti- per evitare che da un solo padre biologico nascano centinaia di figli, che magari in un piccolo centro potrebbero andare incontro al rischio di rapporti tra consanguinei. Con tutto quel che ne consegue in termini di malattie genetiche”. Insomma, un limite dettato da ragioni “sanitarie”, destinato però, c’è da scommetterci, a suscitare un nuovo vespaio di polemiche.

 

Esperti tutti concordi invece nel vietare la scelta del donatore, per evitare il mercimonio di cataloghi dai quali scegliere caratteristiche fisiche e intellettive, che in qualche altro paese fanno parte del pacchetto “fecondazione assistita”.

 

Confermata anche l’assoluta gratuità della donazione, mentre altro punto ritenuto fondamentale dagli esperti è quello della “tracciabilità donatore-nato”. Questo sia per verificare che da un genitore biologico non nascano più di dieci figli, sia per rintracciare il donatore qualora il nato in provetta risulti affetto da una malattia geneticamente trasmissibile. Per questo sarà necessario che tutti i Centri di procreazione assistita siano collegati a una banca dati nazionale dei donatori, che potrebbe essere costituita presso il Centro nazionale trapianti dell’Istituto superiore di sanità.

In Spagna le donne continuano la mobilitazione con nuove forme di proteste … i rinvii della controriforma sull’aborto lasciano intendere qualche cedimento del Governo spagnolo.

300-mujeres

 

 

 

 

 

 

I continui ritardi nella calendarizzazione della proposta di controriforma dell’Aborto  che, nelle dichiarazioni di Gallardon, doveva essere approvata entro luglio, fanno pensare che la grande mobilitazione delle donne abbia sortito degli effetti positivi.
Il prossimo appuntamento potrebbe essere il 1 agosto (ma è improbabile per un impegno di Rajoi) oppure il 29 settembre. Gallardon, che aveva detto che la legge sarebbe stata approvata l’estate, per non perdere la faccia, ricorda che l’estate si chiude a fine settembre.
Su El Pais tutte le dichiarazioni e il calendario dei continui rinvii:
http://sociedad.elpais.com/sociedad/2014/07/21/actualidad/1405940229_002710.html

Le spagnole comunque hanno chiaro che la mobilitazione deve proseguire …

A VALENCIA le attiviste di Coordinandora femminista hanno presentato una dichiarazione di apostasia. Le donne hanno dichiarato di aver favorito in qualche modo  un aborto e/o di aver  abortito loro stesse e hanno chiesto quindi di essere scomunicate, così come previsto dal “Registro del Arzobispado la aplicación de la Ley canónica 1398”, chiedendo anche la formale trascrizione nel Registro del Libro dei Fedeli. Il portiere dell’Arcivescovado ha preteso la presentazione di un documento e ha fatto entrare le donne a gruppi di tre. Nel documento le donne hanno scritto “Chiedo di essere scomunicata per aver partecipato a un aborto e chiedo che ne sia data coerente trascrizione nel Libro dei fedeli”.
http://www.levante-emv.com/valencia/2014/07/24/300-mujeres-piden-excomunion-haber/1141514.html

A MADRID è prevista per il  28 settembre una manifestazione nazionale.
Il 28 settembre è dal 1990 la Giornata Globale di Azione per la depenalizzazione dell’aborto. Questa proposta è una stata una delle conclusioni della riunione del Feminist latinoamericano svoltasi a Buenos Aires, al fine di garantire che l’aborto sia regolato come un diritto per frenare la mortalità materna, i rischi per la salute per le donne associate con aborti clandestini e evitare le persecuzioni delle donne e degli operatori sanitari per questo motivo.
Ecco l’anticipazione del flashmob per l’Aborto libero che stanno preparando le donne del Moviemnto femminista Madrid in vista del 28 settembre.

Spain’s Antiabortion Law: Hope on the Horizon

My belly is mine: SULLA CONTRORIFORMA SPAGNOLA SULL’ABORTO C’E’ UNA SPERANZA ALL’ORIZZONTE MA BISOGNA AUMENTARE LA PRESSIONE.

Un piccolo brandello di speranza è apparso all’orizzonte per le donne e gli attivisti prochoice che combattono contro la proposta antiabortista progetto di legge in Spagna. La forza principale dietro il disegno di legge, il ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón, sembra essere sempre più isolato nella sua volontà di approvare la legge come legge.
Il disegno di legge ha subito una serie di ritardi inspiegabili nel suo iter parlamentare e deve ancora comparire all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri. Infatti, alla fine di giugno, il progetto di legge era pronto per la sua presentazione in Parlamento: valutato da tutti gli organi di consulenze e passato attraverso le sue revisioni finali, la presentazione del disegno di legge era stata inizialmente prevista per il 27 giugno , ma è stata rinviata di una settimana.
Il disegno di legge è stato poi rinviato altre due volte da allora.
Il ministro della Giustizia spagnolo Alberto Ruiz-Gallardón con il vice primo ministro Soraya Sáenz de Santamaría e il primo ministro Mariano Rajoy.
Fonti interne al partito politico di Gallardón, il Partido Popular di destra, hanno recentemente affermato che alcuni dei membri del partito sono infelici per l’impopolarità del disegno di legge e si sono impegnati a temporeggiare il più possibile. Nel tentativo di salvare la faccia, Gallardón era irremovibile il Ministero della Giustizia che non avrebbe permesso il disegno di legge deve essere accantonato. ‘L’agenda legislativa non è determinata dai singoli reparti, ma piuttosto dalla Presidenza e l’ufficio di Vicepresidency che coordina tutti i diversi ministeri.’ ha dichiarato Gallardón, ponendo la responsabilità dei ritardi sul primo ministro Mariano Rajoy e il vice primo ministro, Soraya Sáenz de Santamaría.
Gallardón non ha né confermato né negato che la legge sarà discussa nella riunione di gabinetto di oggi, anche se sembra improbabile che questo sarà caso. L’1 agosto rimane l’unica data per approvare la legge e come ancora non vi è alcuna indicazione che il disegno di legge è prevista per il discussione che giorno sia.
La maternità è un diritto, non un obbligo.
La maternità è un diritto, non un obbligo.
Questi ultimi sviluppi sono certamente positivi per le donne spagnole. Il tempo sta scadendo per il Partido Popular: al fine di rispettare le scadenze legislative nel 2014 ed evitare così la campagna elettorale spagnola nel 2015, questo disegno di legge molto controverso deve essere presentata in Parlamento prima di settembre, se vuole diventare legge. attivisti prochoice in Spagna e oltre non possono però permettersi di riposare sugli allori: al contrario, devono aumentare la pressione per garantire il disegno di legge resti fermo nei prossimi mesi.

my belly is mine

A tiny shred of hope appeared on the horizon for women and prochoice campaigners battling against the proposed draconian antiabortion bill in Spain. The main force behind the bill, Justice Minister Alberto Ruíz-Gallardón, appears to be increasingly isolated in his determination to pass the bill as law.

The bill has suffered a number of unexplained delays in its parliamentary process and is yet to appear on the Cabinet’s agenda. Indeed, at the end of June, the draft bill was ready for its presentation in parliament: reviewed by all the consultational bodies and having gone through its final revisions, the bill’s presentation was initially scheduled for the 27th of June but was postponed for a week. The bill has been postponed a further two times since then.

Spanish Justice Minister Alberto Ruíz-Gallardón with the Deputy Prime Minister Soraya Sáenz de Santamaría and Prime Minister Mariano Rajoy.

Sources within Gallardón’s own political party…

View original post 243 altre parole

Spanish Justice Minister: “Abortion law will go through this summer”

Il Ministro della Giustizia spagnolo dice che farà approvare la legge entro fine agosto-settembre.

my belly is mine

Spain’s controversial antiabortion draft bill will be passed as law this summer, according to the Spanish Justice Minister, Alberto Ruiz-Gallardón. “I’m able to say that the law will be passed before the end of the summer”, Gallardón stated.

The draft bill, proposed by Spain’s conservative ruling party -the Partido Popular, was initially scheduled to be debated in parliament on the 27th of June. It was postponed twice and it now seems unlikely it will be debated, as was expected, on the 1st of August. “Summer ends in September”, Gallardón added, implying that the draft bill may be on the agenda of the next cabinet meeting on the 29th of August.

“Don’t stop breeding” by Mónica López Garbayo

However, these delays are good news for prochoice campaigners: the longer the parliamentary process is drawn out, the less probable it is the bill will be approved. 2015 is election year in…

View original post 103 altre parole

Le donne minacciate dagli attivisti no-choice

da The Guardian  del 21-07-2014

“Gli attivisti anti-aborto minacciano guerra contro le donne

Alcune cliniche degli Stati Uniti ora forniscono accompagnatrici per le pazienti che frequentano i centri delle donne, per proteggerle da manifestanti militanti anti aborto, le cui tattiche ora minacciano di infiltrarsi nel Regno Unito.

Non sono ancora le 7:00 di un sabato mattina a New York e sto di fronte a un gruppo di persone in piedi di fronte a un portone anonimo, che agitano cartelli alti quattro piedi gridando: “Qui si uccidono bambini!” Ci sono già una dozzina di manifestanti anti-aborto al di fuori della clinica e la giornata è appena iniziata. Agire qui come “un’accompagnatrice” – garantendo la sicurezza delle pazienti, che stiano per abortire o meno, al momento dell’entrata nella clinica – mi fa sentire intimidita. Per cui immaginate di essere una donna che ha abortito e che qualcuno vi gridi contro: “Portare i bambini dentro l’utero è un dono di Dio”; o semplicemente immaginate di andare dal medico e di sentirvi dire che “andrai all’inferno”. Immaginate di essere una donna afro-americana diretta ad una clinica della salute delle donne circondata da persone che gridano: “Vogliono uccidere i bambini neri.” Potete immaginare quanto possa essere sconvolgente ed emotivamente stressante? Per aiutare queste donne, sono sorte negli USA organizzazioni volontarie di supporto. Una volta entrata dentro il Choices Women’s Medical Center, nel Queens, Mary Lou Greenberg, la direttrice volontaria delle accompagnatrici, mi dà le linee guida sulla privacy (per la sicurezza, nessuno si riferisce a chiunque altro per nome); istruzioni su come scortare (l’approccio con le pazienti, ovvero informarle con dolcezza che fai parte la clinica e che sei lì per guidarle all’interno); e avvertimenti circa la vicinanza (mai stare di fronte o bloccare il percorso di una paziente; mai avere contatti con un manifestante, proteggere la paziente, agendo come “cuscinetto”). Mi viene poi consegnato un camice medico bianco (in modo da essere chiaramente visibile per i pazienti) e un grande distintivo con “Accompagnatrice Choices Clinic” attaccato sopra. Mi sento come un bersaglio a piedi – Sono negli Stati Uniti, qui hanno le armi. Che cosa succede se un anti-abortista esce fuori di testa? Eliza, un’altra accompagnatrice, rafforza la mia preoccupazione. “So che ci sono stati episodi di violenza fuori da altre cliniche, che le persone sono venute con le armi, che le persone sono morte … Dicono: ‘La gente in camice bianco – sono macellai’, così se qualche ragazzo arriva su di giri e armato, se la prende con noi. “Sono consapevole che la mia paura è niente in confronto alle donne che hanno, in molti casi, viaggiato grandi distanze per raggiungere la clinica e la cui sicurezza abbiamo il dovere di proteggere. Quando andiamo fuori, noi accompagnatrici – un gruppo variegato di donne e uomini tra i 20 ei 60 anni, di diversi background e professioni – siamo in inferiorità numerica rispetto ai manifestanti. La clinica deve confrontarsi regolarmente con oltre 40 manifestanti al giorno. Fino ad ora, la mia unica esperienza con gli anti-abortisti era stato con le (relativamente tranquille manifestanti fuori della clinica Marie Stopes di Bloomsbury, che per lo più pregano e distribuiscono volantini dai contenuti discutibili; qui la situazione è molto diversa. “Stai uccidendo bambini!” gridano i manifestanti (per lo più maschi) mentre aspettiamo, in silenzio. Ma è quando una donna cammina verso la clinica che si scatena l’inferno: lei viene immediatamente circondata e le si urla contro. Molte volte ho visto pazienti scoppiare in lacrime quando gli si urla contro. Ho potuto solo tentare di avvicinarmi e di offrire parole di conforto, ma che non li proteggono dagli abusi e aggressioni. Eliza mi dice: “Qualcuna era venuta per un follow-up, avendo avuto un aborto la settimana prima, e lei ha detto un manifestante, ‘Il mio bambino non aveva un battito cardiaco, quindi abbiamo dovuto interrompere,’ e il manifestante ha risposto dicendo: ‘Oh, hanno mentito a te il tuo bambino ha avuto un battito cardiaco era vivo e tu lo hai ucciso. Il livello di odio diretto a queste donne – molte delle quali non sono nemmeno sempre lì per abortire- è inconcepibile Se non le hai mai accompagnate, non puoi immaginare quanto dure possano essere le intimidazioni.. .. Un’altra accompagnatrice della clinica, Cathy, aggiunge, “E ‘molto stressante: sono stata spintonata più volte da alcuni di loro perché cerco di proteggere le pazienti. Sai sempre c’è un po’ di rischio fisico – la possibilità che vogliano rompere le regole in primo luogo – e questo è spaventoso “. Tutti coloro con i quali ho parlato sono rimasti sconvolti da cosa siano diventate le ritorsioni anti abortiste e spesso non ci si rendeva conto che ciò stava accadendo in una grande città come New York, lontana dall’ortodossia della Bibbia . Potrebbe il tipo di molestie sperimentato nelle città liberali di New York diffondersi nel Regno Unito? “Non abbiamo raggiunto questo livello in Gran Bretagna, dove ancora sono necessarie accompagnatrici alle cliniche, anche se questo non significa che i manifestanti non causino ad alcune donne notevole disagio”, dice Ann Furedi, Dirigente della British Pregnancy Advisory Service. “Il numero dei manifestanti coinvolti è relativamente piccolo, e all’interno del movimento anti-scelta stessa ci sono molti che non credono che manifestare contro le donne in gravidanza è un modo morale o produttivo per procedere., Ma molte persone sono scioccate per il fatto che possano accadere queste cose. siamo un paese pro-choice e il fatto che anche una sola donna possa trovarsi un manifesto sbattuto in faccia o possa essere spintonata mentre fa la propria scelta per accedere a un servizio sanitario previsto dalla Legge provoca preoccupazione “. Furedi ammette che il Regno Unito potrebbe essere diretto verso una protesta antiabortista sempre più aggressiva. “Il movimento anti-scelta sta sempre più prendendo a prestito le tattiche dagli Stati Uniti, protestando contro i protocolli e contro i medici. Tutto ciò finora non ha avuto molto successo, ma dobbiamo essere sempre vigili “. Anche se non ci sono ancora piani in atto per avere scorte a cliniche abortiste britanniche, sarebbe possibile un’ulteriore protezione per le pazienti delle cliniche. Kate Smurthwaite, comica, attivista e vice presidente di Abortion Rights UK mi dice che “la politica della campagna su tutte le attività pro-scelta è guidata dalla volontà del personale della clinica. Se le cliniche vogliono assistenza contro le proteste, possono averla. Abbiamo una rete nazionale di sostenitori e dei gruppi pro-choice locali che possono essere mobilitate anche a breve termine per sostenere il personale e le pazienti in qualsiasi modo “. È essere reattivi, piuttosto che proattivi, la via da seguire? Greenberg a Choices suggerisce che i diritti delle donne sono state compromesse perché “la gente nei movimenti delle donne che si considerano pro choice non ha reale contezza della situazione … Nel complesso, il clima è tale che incoraggia i manifestanti a venire fuori. Questa è solo una parte di una battaglia politica assai più ampia: la guerra contro le donne.”

OGGI E’ USCITO IL FILM “EL TREN DE LA LIBERTAD”

Le donne spagnole ci chiedono di far girare questo video, è il racconto della giornata di manifestazione che 1 febbraio 2014 ha coinvolto tutta la Spagna per protestare contro la riforma della legge sull’aborto Gallardon, che riporterebbe le donne all’aborto clandestino e al rischio della vita.

Quetso è il messaggio che accompagna il video, qui sotto trovate il link.

“Aiutateci a diffondere ovunque, condividete per terra, mare e aria, così che non possano silenziarci, che ci ascoltino, che ci prendano in considerazione”.

“Perché noi registe volgiamo che il nostro lavoro sia il nostro modo di partecipazione e il contributo in un momento storico e politico particolarmente rilevante, nel quale crediamo debba essere un passo avanti per difendere i diritti e le libertà delle donne e della cittadinanza”.

#TrendelaLibertad #ContraLeyaborto #Yodecido #NoLeyaborto

Una nomina in Europa che fa ben sperare

La socialista spagnola Iratxe García, convinta e giovane femminista, è stata nominata Presidenta della Commissione FEMM (Diritti della Donna e uguaglianza di genere, è la Commissione che durante la scorsa legislatura presentò il rapporto Estrela, sulla salute riproduttiva delle donne).

Qui trovate un suo intervento sulla legge Rajoy in Plenaria dello scorso gennaio, un intervento puntuale, forte e femminista: .. “l’attuale legge spagnola non obbliga nessuno ad abortire, però la legge che il Partito Popolare propone obbliga a tutte le donne di diventare madri anche quando non lo vogliono.” (….) “E’ una legge discriminante perchè le donne che hanno possibilità economiche andranno negli altri Paesi Europei ad abortire, mentre le donne che non hanno possibilità economiche andranno incontro all’aborto clandestino..”

https://www.youtube.com/watch?v=s8HOyaX0y6U

Questo è il comunicato stampa relativo al suo incarico:
http://www.iratxegarcia.es/la-nueva-presidenta-de-la-comision-de-igualdad-iratxe-garcia-se-compromete-a-seguir-combatiendo-la-discriminacion-que-sufren-las-mujeres/

La prima riunione della Commissione sarà il 22 luglio, speriamo che questa Commissione possa lavorare per un’Europa laica e dei diritti, in particolare per i diritti di tutte le donne di tutti gli orientamenti sessuali.

 

P.S. Un ringraziamento a Luisa Bordiga per le info.

D.i.Re si mobilita: il 10 luglio a Roma contro il riparto dei finanziamenti in discussione alla Conferenza Stato – Regioni

D.i.Re. “Giovedì 10 Luglio saremo alle 14.30 a Roma nella sala stampa della Camera dei Deputati per dire perché non ci piace la ripartizione dei fondi destinati ai Centri Antiviolenza.

Alle 15.30 protesteremo a Roma in Via della Stamperia 8, davanti alla sede della Conferenza Stato-Regioni. 
Sostenete i Centri Antiviolenza. 
Venite!”

 

Basta con l’apertura di centri antiviolenza senza qualifica e storia: le donne hanno bisogno di approcci di libertà

L’associazione nazionale D.i.Re Donne in Rete, che rappresenta 67 centri antiviolenza, si mobilita contro il riparto dei finanziamenti che verrà discusso alla prossima Conferenza Stato – Regioni del 10 luglio. Saremo presenti per far sentire la nostra voce.

I Centri antiviolenza che da oltre vent’anni operano in Italia, riconosciuti come luoghi di buone pratiche per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne, non possono essere liquidati con quattro soldi. La storica esperienza e competenza di questi luoghi deve rappresentare un punto di partenza per tutti.

La distribuzione dei fondi non è chiara, temiamo che siano distribuiti con criteri “politici” disperdendo le già scarse risorse messe in campo. 
E’ evidente che i Centri, che da oltre vent’anni lavorano in Italia con le donne, finiranno per avere finanziamenti irrisori mentre si cerca di creare un sistema parallelo di centri istituzionali con competenze improvvisate le cui procedure ancora “ingessate” in rigidi criteri burocratici, non saranno in grado di rispondere alle domande delle donne vittime di violenza. In particolare: anonimato, ascolto competente e privo di giudizio, rispetto della loro volontà. 
La storica esperienza e competenza dei luoghi di donne deve rappresentare il punto di partenza per le istituzioni per costruire una politica che guardi all’esperienza nata dai Centri Antiviolenza, riconoscendone tutto il valore in quanto luoghi di libertà e autodeterminazione delle donne. Nei centri istituzionali c’è il rischio che prevalga la burocrazia, gli aspetti giudicanti e formalizzati, che non garantiscono l’anonimato e l’ascolto dei desideri della donna, rispettandone i tempi e le scelte.

Non a caso la Convenzione di Istanbul individua nelle Associazioni di Donne il luogo privilegiato di risposta al fenomeno in quanto portatrici di una forte motivazione e capaci di mettere in campo iniziative utili ad un cambiamento

I Centri Antiviolenza ritengono che la generica modalità di impiego delle risorse economiche indicate dal piano di ripartizione dei fondi, non solo non porti alcun cambiamento nelle pratiche dei servizi e di conseguenza nella cultura sociale ma al contrario si incrementi il rischio per le donne che subiscono violenza e che decidono di allontanarsene di non essere sostenute adeguatamente.

I centri antiviolenza chiedono

- che i criteri di riparto dei finanziamenti siano ridiscussi e condivisi con i centri antiviolenza nel rispetto delle raccomandazioni europee.
- che i centri antiviolenza pubblici siano, in questa prima fase, esclusi dal riparto dei fondi: la Convenzione di Istanbul che entrerà in vigore il 1° agosto, sostiene che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti.
- che nella distribuzione siano compresi solo i centri antiviolenza gestiti da realtà del privato sociale attive da almeno 5 anni e che il finanziamento premi maggiormente i centri antiviolenza che operano da più anni valutando i curricula, i progetti svolti e il tipo di intervento che garantiscono.
- Che ci sia una forte raccomandazione alle Regioni di utilizzare i finanziamenti in aggiunta ai quelli che le amministrazioni regionali dovranno stanziare.

 

da Il fatto quotidiano

Femminicidio, 6mila euro a centri e case rifugio: “Non bastano per le bollette”

La denuncia di Dire, rete per l’assistenza alle donne: “Alle realtà già esistenti solo gli spiccioli. Costretti a vivere di volontariato”. Il governo ha annunciato la spartizione del fondo di 17 milioni: la fetta più grande per (non meglio specificati) “progetti regionali”. E le strutture anti-violenza già impegnate sul territorio protestano: “352 centri? Cifra sovrastimata”. Intanto il premier si tiene la delega alle Pari opportunità
di  | 8 luglio 2014

Seimila euro per due anni per gestire un centro anti-violenza, dare ospitalità a donne maltrattate e bambini e permettere assistenza a chi denuncia soprusi. “Non ci paghiamo neppure le bollette così”. Titti Carrano, presidente di Dire (Donne in rete contro la violenza), rete che raccoglie 63 centri in tutta Italia , non riesce a darsi una risposta. Il nuovo piano di finanziamento del Governo previsto per il 2013 e il 2014 dalla legge 119 – quella contro il femminicidio – sta scatenando le proteste degli operatori di tutta Italia. Le strutture, la cui validità è stata riconosciuta anche dal protocollo siglato nel 2013 con Anci (Associazioni nazionale comuni italiani) per l’istituzione di linee guida, promozione di tavoli tecnici e altre iniziative, riceveranno soltanto 2 milioni e 260 mila euro che divisi per i 352 centri su tutto il territorio (non tutti “autentici”, secondo Dire), portano a circa 6mila euro ciascuno per i prossimi due anni. ”Non capiamo”, continua Carano, “perché è stata decisa questa modalità di ripartizione dei fondi. Così dovremo continuare a vivere di volontariato”. Ma non solo. “Se confermata la spartizione, si rischia di andare contro la Convenzione di Istanbul che chiede un maggiore impegno finanziario delle istituzioni contro la violenza di genere. Il 10 luglio ci diamo appuntamento nelle piazze d’Italia per far sentire la nostra voce”. Il ministero, contattato da ilfattoquotidiano.it ha preferito non rispondere e l’Italia rischia ancora una volta di restare indietro nonostante i proclami. ”Senza dimenticare”, denunciano da Sel, “che il presidente del Consiglio ha ancora la delega alle Pari opportunità. Chiediamo che sia affidata al più presto come ce lo chiede la Convenzione”. 

Pochi spiccioli dunque alle case rifugio, considerando che il totale dello stanziamento previsto dal ministero delle Pari Opportunità, è di 17 milioni di euro. Il piano del governo, trasmesso nei giorni scorsi alla conferenza delle Regioni, prevede che il 33% dei fondi, pari a 5.670.000 euro, vada all’istituzione di nuovi centri. Dei restanti 11 milioni e 330mila euro, l’80% verrà destinato ainterventi regionali mentre il 20% del rimanente (2 milioni circa) verrà diviso tra i centri anti-violenza e le case rifugio pubbliche e private già esistenti (circa 352). “Una modalità di ripartizione che non riusciamo a capire – dice Titti Carrano, presidente dell’associazione Dire che, nel 2013, ha dato assistenza a 18.421 donne, ospitandone 1.300 (minori inclusi) – Ci chiediamo perché una parte così importante di fondi vada ad interventi che hanno sedi, utenze e personale già pagati quando noi dobbiamo basare parte delle nostre attività sul volontariato”. In questo senso, secondo Dire, la scelta del Governo rischia di contravvenire alla Convenzione di Istanbul, che entrerà in vigore il prossimo primo agosto e che prevede lo stanziamento di risorse per una corretta applicazione di politiche integrate, di misure e di programmi (inclusi quelli svolti da organizzazioni non governative e dalla società civile) per prevenire e combattere tutte le forme di violenza contro le donne. Le modalità di ripartizione dei fondi per le iniziative contro la violenza di genere, indicate dal dipartimento delle Pari Opportunità, sono state contestate anche dalle deputate Delia Muller (Pd) e Celeste Costantino (Sel). Entrambe chiedono che il governo modifichi la norma e che valorizzi le realtà valide già esistenti sul territorio. 

Per quanto riguarda la spartizione dei fondi per interventi regionali, non risulta ancora chiaro a che cosa si riferisca esattamente il governo. Il ministero delle Pari Opportunità, interpellato per un chiarimento, nonostante le sollecitazioni non ha ancora risposto. Manuela Ulivi, della Casa delle donne maltrattate di Milano si chiede in base a quali criteri verranno definiti i destinatari. “A Milano – spiega Ulivi – negli ultimi mesi, sono stati chiusi degli sportelli anti-violenza. Questo è accaduto perché per aiutare in modo proficuo una donna che subisce violenza e che si ritrova a fare scelte difficili non bastano un ufficio e una semplice attività di consulenza, ma serve un know how specifico che include esperienza, capacità di relazione e mediazione. Tutti elementi che non si possono improvvisare”.

A sollevare un’ulteriore perplessità è poi il numero di centri e case rifugio censite – in totale 352 – che sembra sovrastimato rispetto alla realtà. Angela Romanin, vicepresidente del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, ad esempio, non riesce a spiegarsi come il Ministero abbia potuto contare fino a 22 case rifugio nella sua regione. “Non capisco il criterio usato. E lo dico alla luce della mia esperienza dato che lavoro sul territorio da oltre 20 anni. Mi domando dove abbiano trovato questi numeri”. Un altro mistero dell’elenco riguarda la Sicilia dove, secondo il governo, risultano esserci 62 tra case rifugio e centri. “Stiamo interpellando la Regione a questo proposito – fanno sapere dal Coordinamento regionale siciliano – perché quando si parla di centri bisogna che vengano riconosciute le caratteristiche che li distinguono e che sono accoglienza, assistenza fisica, psicologica, protezione, empowerment, formazione, educazione. Un altro discrimine importante è che le case rifugio, per essere tali, devono avere un indirizzo segreto“.

Dubbi in merito ai criteri di censimento e di riconoscimento dei centri antiviolenza vengono sollevati anche da Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, onlus che opera in tutta Italia, che non fa parte del circuito Dire. “Quando ho letto il numero dei centri in alcune regioni sono rimasta stupita. Ma dove sarebbero esattamente?”. Inoltre, secondo Carnieri Moscatelli, che ha protestato anche scrivendo alcune lettere al presidente del Consiglio Matteo Renzi, “per favorire la parità di genere ci vuole una politica nazionale. Viviamo in un Paese diviso in realtà regionali diverse e serve un’omogeneità culturale quando si intendono fare determinati interventi”.

C’è un’ultima questione da chiarire. Riguarda l’istituzione delle nuove strutture che verranno finanziate col 33% dei 17 milioni: mancano definizioni esaurienti sulle caratteristiche che le dovranno contraddistinguere. La rete Dire teme che ci si possa affidare troppo all’improvvisazione, con il rischio che questi posti, nel breve e lungo periodo, possano rivelarsi inutili. La questione, però, è controversa. Ci sono centri, come quello di Imola Per le donne, che ritengono che novità non sia sinonimo di approssimazione. “Noi esistiamo da due anni e qualche mese ma, nonostante questo, la nostra attività è frutto di percorsi professionali decennali e di una selezione accurata delle operatrici – spiega la presidente Maria Rosa Franzoni. – Per ora ci basiamo sul volontariato. Abbiamo calcolato che il lavoro che abbiamo fatto in un anno equivale a circa 60mila euro. Credo che sia giusto favorire una pluralità nel panorama italiano, certamente senza penalizzare in alcun modo le strutture che da anni operano sul territorio in modo efficiente. E vanno senz’altro individuati criteri validi e specifici che definiscano i centri antiviolenza”. 

La Convenzione di Istanbul entrerà in vigore il 1° agosto.
Per leggerla scarica il file:
Convenzione_Istanbul_violenza_donne