Se la prima “gabbia” per l’uomo fosse la corazza virile?

di Lea Melandri

La parola “gabbia” sulla bocca dell’uomo che a Motta Visconti, alcuni giorni fa, ha sterminato selvaggiamente la sua famiglia, la moglie e due figli, non poteva che suscitare indignazione, tanto più se a riprenderla con un lungo reportage è il quotidiano La Repubblica. Sulla sua pagina facebook, scrive Daniela Tuscano:

«Su Repubblica di oggi, quotidiano progressista, leggiamo l’approfondito reportage di Massimo Pisa: “Carlo era soverchiato dalla personalità della moglie, più grande di sette anni, e aveva già tentato di troncare, ma inutilmente”. Spiegazione evidenziata nello strillo (…) Maria Cristina è più grande di lui di sette anni, insomma è “vecchia”. Lo minaccia. Urla. Proprio come una strega, verrebbe da commentare (…) La strega urla, minaccia, prende per il bavero, e il ragazzo soggiogato da quella personalità “debordante” non riesce a dire di no (…) La famiglia è allietata da due figli ma è “una scatola da cui Carlo Lissi voleva, doveva, uscire”».

La conclusione di Daniela è che «al netto delle tante e tante parole, sfoghi o imprecazioni sull’atroce vicenda di Motta Visconti, resta solo un punto fermo: la colpevolizzazione della vittima» e il tentativo di portare l’attenzione – e quindi il fattore scatenante della violenza – sul “potere maligno” della donna, sia essa la moglie-madre inglobante o la seduttrice, l’ “altra donna”, quella che lo fa “impazzire” di desiderio. Di fronte a tragedie del genere, la reazione emotiva finisce inevitabilmente per prendere il sopravvento, così come, per un altro verso, la tendenza dei media a enfatizzare gli effetti spettacolari dell’orrore. Più difficile sottrarsi alle urla, alle invocazioni di pena capitale, alla foresta delle interiezioni di sdegno di cui si riempiono i blog e le pagine facebook, e portare allo scoperto la complessità di una violenza che ha radici remote nella storia del singolo e in quella che vi è intrecciata da sempre del contesto sociale e culturale in cui vive, una violenza che parla di rapporti di potere, gerarchia di valori, privilegi maschili, ma che nasce ogni volta dall’interno di una relazione fatta di affetti, dipendenze e prevaricazioni reciproche, vincoli e spinte dominatrici, da cui non sono esenti neppure le donne.

L’assunzione di responsabilità e di cura rispetto alla famiglia – figli, malati, anziani ma anche mariti, padri, fratelli che potrebbero essere autonomi – fa della donna una figura indispensabile e carica chi si trova a dipendere, consapevolmente o meno, di un debito di gratitudine difficile da estinguere. Se non vogliamo usare la parola “complicità” per nominare questo potere delle donne, sostitutivo di altri a loro negati, si può comunque provare a uscire da facili contrapposizioni e ribaltamenti. Anziché spostare la vittima ora su un versante ora sull’altro, basterebbe, per esempio, chiedersi che cosa sono stati e sono in parte tutt’ora i vincoli affettivi, le complicità, gli adattamenti che si creano, anche all’interno di rapporti di potere così disuguali come quelli tra l’uomo e la donna. Si dovrebbe interrogare, prima che la patologia del singolo, la famiglia e quello che abbiamo chiamato finora “amore”, legami che stringono e confondono le vite a tal punto da doversele letteralmente “togliere di dosso” come pesi insopportabili.

Mi chiedo come si possa non fare caso a quella foto di due persone innamorate e colte in un momento di felicità – che sta girando da giorni sui giornali e su facebook – e non dirsi che purtroppo l’amore c’entra, anche solo come antefatto, con delitti così efferati.

Non possiamo limitarci a richiamare ogni volta la possessività maschile e il dominio che l’uomo si è storicamente attribuito rispetto all’altro sesso, senza dire che, col matrimonio e le convivenze, si passa dalla fase dell’innamoramento a rapporti che richiamano la relazione tra madri e figli, dove la cura e la dedizione di una donna può essere a sua volta sentita come dominio, infantilizzazione e colpevolizzazione dell’altro. E non è necessario che la donna abbia più anni del suo compagno, come in questo caso. È difficile da riconoscere, ma non è la prima volta che dare la morte “libera” paradossalmente da un’angoscia più profonda, che è opporsi, confliggere, sopportare sensi di colpa e responsabilità. Qualcuno ha detto giustamente che è un comportamento infantile pensare a un nuovo inizio, dopo aver fatto il vuoto di legami diventati intollerabili. Il sessismo andrebbe interrogato anche sotto questo aspetto: il prolungamento dell’infanzia che si annida dietro il dominio maschile e che oggi gli uomini scoprono come dipendenza, fragilità, e di conseguenza rancore, vendetta, ritorsione violenta, sia quando la donna cerca di trattenerli sia quando decide di lasciarli.

Che l’uomo abbia considerato la famiglia “una gabbia”, da cui prendere distanza con il suo “impegno civile”, non è una novità. Se il sesso vincente ha potuto pensarsi “libero” nella sfera pubblica, è perché si è fatto il vuoto alle spalle, rimuovendo condizioni non secondarie della sua sopravvivenza materiale e affettiva, garantite dal ruolo femminile materno. La novità, caso mai, è quella che leggiamo in un documento del gruppo Maschile Plurale, dove la parola “gabbia” viene per la prima volta associata a quel peso sempre meno tollerabile che è l’idea patriarcale di virilità. «Abbiamo dunque capito che per lasciarsi la violenza alla spalle occorre andare oltre. Oltre la riduzione di questo dramma a rassicurante eccezione patologica e criminale. Oltre l’idea di una originaria oscura “natura maschile”, da disciplinare e contenere. E vedere invece il legame tra la violenza quotidiana e una cultura radicata che spaccia per naturale il dominio del soggetto maschile, presentato come neutro e universale, sul resto dell’umanità, cioè donne, omosessuali, appartenenti a presunte “razze” inferiori, devianti sociali. Una cultura che da secoli garantisce a chi nasce maschio innumerevoli vantaggi e privilegi (ormai svelati e messi in discussione ma anche capaci di reinventarsi) sono in realtà delle gabbie che imprigionano i nostri desideri e sentimenti più profondi, creando insoddisfazione e sofferenza. Una sofferenza inflitta e auto inflitta che occorre riconoscere e sciogliere»

http://27esimaora.corriere.it/articolo/se-la-prima-gabbia-per-luomofosse-la-corazza-virile/

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