1° incontro della rete IO decido/ WomenAreEurope

di Maddalena Gasparini.

Il 6 aprile 2014 ci siamo incontrate, provenienti da tutta Italia, ospiti del circolo Arcibellezza di Milano. L’ incontro è nato dopo  la mobilitazione europea del primo febbraio in solidarietà con le donne spagnole contro il progetto di riforma della legge sull’aborto volontario che vuole mettere fine alla libertà delle donne di abortire in sicurezza fino alla 14° settimana su semplice richiesta. Le manifestazioni sono state tanto più partecipate dopo che il Parlamento Europeo aveva respinto una mozione sui diritti riproduttivi, che non mancava di bacchettare i paesi dell’Unione che ancora non garantiscono un aborto sicuro, e l’Italia per il mancato bilanciamento fra i diritti delle donne e quello dei medici all’obiezione di coscienza. L’incontro è stato proposto dalle donne di Firenze, che per l’occasione avevano costituito la rete WomenAreEurope (WAE)  e intende dar corpo alla rete, allargandola alle numerose realtà che si muovono sul territorio.

Le manifestazioni europee e in particolare quelle in Spagna ci mostrano una discreta capacità di mobilitazione globale quando un diritto acquisito è messo sotto attacco; un po’ come quando nel 2006 organizzammo una manifestazione nazionale a Milano dopo una stagione di insulti alle donne.

L’esistenza e l’insistenza delle associazioni e organismi locali, che si muovono con iniziative, incontri, rivendicazioni e riflessioni ha garantito che l’aborto restasse un tema pubblico: sulla stampa abbiamo letto racconti (drammatici), commenti, ricostruzioni storiche; a livello locale alcune istituzioni hanno migliorato l’accoglienza (garantendo un’informazione adeguata; istituendo percorsi consultori-ospedali; legittimando l’uso della pillola abortiva in day hospital); l’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) si è decisa a cancellare dal foglio illustrativo della pillola del giorno dopo la dicitura che poteva essere abortivo (ma su questo c’è un ricorso di medici cattolici!). E penso che la recente decisione della Regione Lazio di somministrare la pillola abortiva in day hospital sia una risposta implicita alla lettera delle ragazze che si sono firmate “mai più clandestine” con un chiaro riferimento al rischio di tornare all’aborto clandestino.

 

Il 9 marzo 2013 fa Usciamo dal Silenzio (UdS) con la Libera Università delle Donne (LUD) e Consultori Privati Laici organizzò il convegno «Legge 194: cosa vogliono le donne» concluso con un manifesto  che ha raccolto più di 2000 firme e che abbiamo poi presentato in varie sedi. A partire dall’intralcio che l’obiezione di coscienza fa alla libertà delle donne, l’organizzazione del convegno è stata l’occasione di un percorso durato quasi un anno in cui abbiamo ripreso la riflessione su un tema che –arrivata la legge- si era fermata.

Da allora abbiamo raccolto in diversi incontri realtà e gruppi  che oggi sono presenti; abbiamo ascoltato testimonianze sui malfunzionamenti dei consultori pubblici e precisato l’effetto dell’accreditamento di consultori ideologicamente orientati dove la legge 194 non è applicata, ma che sono riusciti ad appropriarsi di funzioni delicate come l’educazione alla sessualità nelle scuole.

Abbiamo anche incontrato la CGIL Funzione Pubblica e  consigliere di maggioranza della Regione lombardia; stiamo cercando di incontrare l’assessora all’welfare (che si occupa dei consultori) e forse vedremo anche l’assessore alla salute, (esponente di Comunione e Liberazione, quello che “in Lombardia va tutto bene, anche la 194 e dunque non partecipiamo al tavolo nazionale su obiezione di coscienza”).

Non è facile il rapporto con le istituzioni, e credo valga a prescindere dall’orientamento politico. La separazione dell’aborto dalla sessualità, dalla maternità, dal rapporto uomo-donna ha favorito l’attitudine a vedere vittime piuttosto che a produrre cambiamento. Se per gli uni le vittime sono gli embrioni o i feti, per altri sono le donne: irresponsabili o dolenti ma sempre bisognose di tutela. Così Regioni, Sistema Sanitario, Ospedali lasciano che gli ambulatori per l’aborto siano in qualche scantinato  per raggiungere il quale non c’è nessun cartello, garantendo un’adeguata cornice alla “colpa” di una gravidanza indesiderata e della decisione di interromperla.

E la censura colpisce anche la formazione: sappiamo che nella facoltà di Medicina,  nelle scuole di specialità di ginecologia,  nelle scuole di ostetricia di aborto non si parla. In un piccolo gruppo stiamo cercando di mettere a punto un modello formativo sull’aborto che potrà essere messo a disposizione di altre a partire dall’idea che praticare un aborto possa interpellare la vita intima delle persone che lo fanno; la ginecologa che rimasta incinta chiede di essere esonerata ci dice che se non vogliamo che l’aborto diventi impossibile quando la generazione degli anni ’70 andrà in pensione (e ormai ci siamo) è necessario partire da sé anche per chi ci lavora. Molta parte del consenso all’aborto appartiene oggi più alla sfera della difesa dei diritti civili che non a una convinzione maturata nell’esperienza, come è stato per la mia generazione.

UdS a gennaio ha scritto una “lettera alle ragazze”, sollecitando un’alleanza fra donne, a fronte del  conflitto insensato tra giovani e vecchi continuamente riproposto. Ci hanno risposto, “da molto vicino e da molto lontano”. Da vicino, perché le giovani donne riconoscono di essere nate sotto il segno di una libertà femminile nominata, desiderata, sperimentata, se non pienamente dispiegata; da lontano perché se per chi appartiene alla mia generazione l’urgenza era quella di una sessualità felice e sottratta all’obbligo riproduttivo, oggi i temi sembrano altri: la sessualità e la maternità, la precarietà economica e quella sentimentale, la responsabilità maschile che tarda a manifestarsi. E l’incertezza della vita di coppia (“sarà meglio un buon amante o un buon padre?”) contribuisce a ritardare la domanda di o il conflitto su la condivisione delle responsabilità nella vita sessuale e riproduttiva.

La bassa fecondità delle donne italiane invece di suscitare domande genera politiche repressive o ideologiche: bastino l’esempio dei fondi nasko della Regine Lombardia (soldi in cambio della rinuncia ad abortire) o gli avvertimenti della ministra Lorenzin che su Avvenire (un giornale a caso) lancia “un grande piano nazionale di fertilità” e “l’educazione alla maternità”. Maternità e sessualità, maternità e relazione di coppia, maternità e reddito aspettano di essere ripresi da un’ottica di presa di coscienza che contrasti un approccio normativo, peraltro non privo di contraddizioni: si pretende di favorire la fertilità e ancora è legittimo far firmare dimissioni anticipate alle lavoratrici in età fertile.

Insomma quello che vedo e che voglio dire è che molto si muove, anche questo incontro (di corpi!) è una tappa dello sforzo di tenerci collegate e mettere in movimento le molte realtà femministe e femminili. C’è chi si muove nel suo contesto professionale (ginecologhe, ostetriche, lavoratrici dei consultori), chi nelle istituzioni, chi nelle associazioni, chi nelle realtà antagoniste. La rete WomenAreEurope/Io decido a cui penso è inclusiva, non gerarchica, trasparente; rispetta le autonomie e le differenze delle associazioni, dei contesti di movimento, delle appartenenze politiche; orienta le richieste, precisa gli obbiettivi, sostiene le pratiche; ripensa la conflittualità sociale e quella fra donne e uomini sulle troppe questioni etichettate come femminili; guarda alla precarietà mettendo al centro “il diritto a un tempo fertile sottratto alla produzione, non produttivo ma generativo”[1].

 

Maddalena Gasparini

6 aprile 2014

 

[1] Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro, a cura di S Burchi e T Di Martino

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