12 APRILE: CRONACA DI UN SABATO DI DELIRIO

Federica Tourn di Torino ci ha mandato un breve resoconto della manifestazione dei fondamentalisti NO-CHOICE a Milano del 12 aprile.

“C’è da dire subito una cosa: sono pochi, vengono quasi tutti da fuori regione (l’accento veneto li tradisce) e sembrano per lo più una versione fondamentalista della gita fuori porta della parrocchia. Sono saliti sul bus con i loro strumenti – la croce gigante con i feti di plastica incollati sopra, i manifesti con le foto di bambini inermi, i volantini con le immagini truculente dei resti abortivi – e sono sbarcati alla conquista della città. Al grido di “Milano, svegliati in Cristo!”, hanno attraversato il centro fra gli sguardi a dir poco perplessi dei passanti e si sono fermati sotto la casa del sindaco Pisapia per invitarlo al ravvedimento, così come hanno raccomandato al premier Renzi e al presidente Napolitano le loro parole d’ordine: no alle coppie di fatto, no all’eutanasia e soprattutto, no all’aborto.

Sono i no194, il comitato referendario nato per l’abolizione della legge sull’interruzione di gravidanza, un gruppo che raccoglie – dicono – “ventimila aderenti e cresce di giorno in giorno”, si autofinanzia e si sostanzia dell’energia e del vigore ideale dei suoi pilastri: l’avvocato, Pietro Guerini, presidente nazionale e ideologo del comitato, e l’infermiere, Giorgio Celsi, pasionario del movimento, instancabile snocciolatore di improbabili dati sugli aborti (“sei milioni di morti dall’entrata in vigore della legge ad oggi”) e di video postati (e poi censurati per la violenza delle immagini) su youtube. La loro crociata è contro le donne che abortiscono e lo Stato che glielo permette; senza mezzi termini, Celsi riassume così la sua filosofia: “della donna che vuole ammazzare suo figlio non ce ne frega un cazzo, noi dobbiamo salvare il bambino”. “Sa cosa diciamo? L’aborto provoca un morto, il bambino, e un ferito, la donna – dice – io lavoro in psichiatria e dopo che hanno abortito tutte là le ritrovo”. Fare figli contro la natalità zero, metterli al mondo comunque, per sottrarsi a quell’omicidio che è l’aborto. Ma senza legge 194 si ricacciano le donne che abortiscono nella clandestinità, con tutti i rischi che ne conseguono. Celsi sul punto è lapidario: “E allora? Mica possiamo legalizzare la pedofilia solo perché esistono i pedofili o il furto perché ci sono i ladri”. Intorno a lui, giovani, anziani, donne del movimento “Cristo per la vita”, qualche rappresentante delle Famiglie Numerose Cattoliche, altri a titolo personale. L’impressione generale è di sbandamento, difficoltà umane, fragilità raccolte sotto cartelli e invettive da medioevo. Ci sarebbe da provare quasi umana compassione se non ci fossero i toni violenti contro le donne che  “decidono se avere o no i bambini” – e subito dopo contro gli immigrati “che ci rubano il lavoro”, e “quelle sporcaccione delle femministe”. Ce n’è anche per Emma Bonino, colpevole di aver promosso all’epoca divorzio e aborto, e per chi ha “ucciso” Eluana Englaro. Ci sarebbe da prenderne le distanze con incredulità per il grottesco livello della discussione se non si conoscesse il peso politico che queste posizioni hanno assunto nel nostro paese e in Europa: pochi giorni fa, incontrando i rappresentanti del Movimento per la vita, papa Francesco ha ribadito che la prima vita che va difesa è proprio quella del nascituro, “l’innocente per antonomasia”; per tacere del cardinal Elio Sgreccia, già presidente della Pontificia Accademia per la vita, che ha ribadito che “la gravidanza è un dovere” (persino quella frutto di stupro). E nel nostro paese, lo sappiamo, dalle posizioni ecclesiastiche alle decisioni politiche il passo purtroppo è breve. Anche se in mezzo c’è la manipolazione della croce dei cristiani e la soppressione del diritto alla salute riproduttiva e, in generale, della vocazione laica dello Stato”.

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