Women on waves: safe abortion campaign – una campagna per l’aborto sicuro

” Women on Waves è una barca che naviga verso i Paesi dove l’aborto è illegale. Utilizzando una barca, gli aborti nelle prime settimane di gravidanza possono essere effettuati in modo sicuro, professionale e legale.  […..]  Donne sulle Onde ha già creato un grande interesse pubblico sulle sue azioni ed ha completato con successo alcune campagne in Irlanda (2001), Polonia (2003), Portogallo (2004), Spagna 2008 e Marocco (2012).

Ora la storia di questa particolare imbarcazione diventerà un film documentario. “Il film, che verrà proiettato al “Hot docs canadian international documentary festival” di Toronto dal 25 aprile al 4 maggio, iniziand…o così il tour internazionale, ripercorre l’attività di Gomperts: la somministrazione di pillole abortive a bordo della nave, la distribuzione di foglietti informativi sull‘interruzione volontaria di gravidanza; la consulenza a distanza; la spedizione di medicinali via posta. ” 

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/22/nave-degli-aborti-storia-di-women-on-waves-diventa-film/275655/

“Women on Waves sails a ship to countries where abortion is illegal. With the use of a ship, early medical abortions (till 61/2 weeks of pregnancy) can be provided safely, professionally and legally. Applicability of national penal legislation, and thus also of abortion law, extends only to territorial waters; outside that 12-mile radius (or 2 hours sailing) it is thus Dutch law that applies on board the ship, which means that all our activities are legal.Millions of women worldwide have used Mifepristone and Misoprostol to terminate pregnancy with impressive safety and efficacy. Therefore the medicines have been on the World Health Organization’s List of Essential Medicines since 2005. Women on Waves has already created enormous public interest in its efforts and has completed successful campaigns in Ireland (2001), Poland (2003,) and Portugal (2004), Spain (2008), and Morocco (2012).”

Ma tu guarda, Niguarda!

consultoriautogestita

Con tempismo davvero singolare – che sia dovuto a recenti contestazioni? – l’ospedale di Niguarda scopre di avere un problema col servizio di Interruzione Volontaria di Gravidanza. A quanto emerge da un articolo comparso il 26 aprile su La Repubblica, l’ospedale sta fronteggiando una “emergenza aborti”: i medici non obiettori si sono ridotti a due, cosa che ha portato i vertici dell’ospedale a chiedere una collaborazione all’ospedale Sacco, in modo da “garantire” il servizio di IVG previsto dalla legge 194/78.

Dall’articolo, sembra che questa scarsità di medici non obiettori sia il frutto di contingenze non meglio specificate, regalandoci un’immagine della proverbiale caduta dal pero dei vertici dell’ospedale.

Caduta a cui noi non crediamo: da anni Niguarda, i cui vertici rispondono in maggioranza a Comunione e Liberazione, presenta una tra le più alte percentuali di obiettori di coscienza sul territorio milanese. Da anni, l’obiezione di coscienza – a Niguarda come in…

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1° incontro della rete IO decido/ WomenAreEurope

di Maddalena Gasparini.

Il 6 aprile 2014 ci siamo incontrate, provenienti da tutta Italia, ospiti del circolo Arcibellezza di Milano. L’ incontro è nato dopo  la mobilitazione europea del primo febbraio in solidarietà con le donne spagnole contro il progetto di riforma della legge sull’aborto volontario che vuole mettere fine alla libertà delle donne di abortire in sicurezza fino alla 14° settimana su semplice richiesta. Le manifestazioni sono state tanto più partecipate dopo che il Parlamento Europeo aveva respinto una mozione sui diritti riproduttivi, che non mancava di bacchettare i paesi dell’Unione che ancora non garantiscono un aborto sicuro, e l’Italia per il mancato bilanciamento fra i diritti delle donne e quello dei medici all’obiezione di coscienza. L’incontro è stato proposto dalle donne di Firenze, che per l’occasione avevano costituito la rete WomenAreEurope (WAE)  e intende dar corpo alla rete, allargandola alle numerose realtà che si muovono sul territorio.

Le manifestazioni europee e in particolare quelle in Spagna ci mostrano una discreta capacità di mobilitazione globale quando un diritto acquisito è messo sotto attacco; un po’ come quando nel 2006 organizzammo una manifestazione nazionale a Milano dopo una stagione di insulti alle donne.

L’esistenza e l’insistenza delle associazioni e organismi locali, che si muovono con iniziative, incontri, rivendicazioni e riflessioni ha garantito che l’aborto restasse un tema pubblico: sulla stampa abbiamo letto racconti (drammatici), commenti, ricostruzioni storiche; a livello locale alcune istituzioni hanno migliorato l’accoglienza (garantendo un’informazione adeguata; istituendo percorsi consultori-ospedali; legittimando l’uso della pillola abortiva in day hospital); l’Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) si è decisa a cancellare dal foglio illustrativo della pillola del giorno dopo la dicitura che poteva essere abortivo (ma su questo c’è un ricorso di medici cattolici!). E penso che la recente decisione della Regione Lazio di somministrare la pillola abortiva in day hospital sia una risposta implicita alla lettera delle ragazze che si sono firmate “mai più clandestine” con un chiaro riferimento al rischio di tornare all’aborto clandestino.

 

Il 9 marzo 2013 fa Usciamo dal Silenzio (UdS) con la Libera Università delle Donne (LUD) e Consultori Privati Laici organizzò il convegno «Legge 194: cosa vogliono le donne» concluso con un manifesto  che ha raccolto più di 2000 firme e che abbiamo poi presentato in varie sedi. A partire dall’intralcio che l’obiezione di coscienza fa alla libertà delle donne, l’organizzazione del convegno è stata l’occasione di un percorso durato quasi un anno in cui abbiamo ripreso la riflessione su un tema che –arrivata la legge- si era fermata.

Da allora abbiamo raccolto in diversi incontri realtà e gruppi  che oggi sono presenti; abbiamo ascoltato testimonianze sui malfunzionamenti dei consultori pubblici e precisato l’effetto dell’accreditamento di consultori ideologicamente orientati dove la legge 194 non è applicata, ma che sono riusciti ad appropriarsi di funzioni delicate come l’educazione alla sessualità nelle scuole.

Abbiamo anche incontrato la CGIL Funzione Pubblica e  consigliere di maggioranza della Regione lombardia; stiamo cercando di incontrare l’assessora all’welfare (che si occupa dei consultori) e forse vedremo anche l’assessore alla salute, (esponente di Comunione e Liberazione, quello che “in Lombardia va tutto bene, anche la 194 e dunque non partecipiamo al tavolo nazionale su obiezione di coscienza”).

Non è facile il rapporto con le istituzioni, e credo valga a prescindere dall’orientamento politico. La separazione dell’aborto dalla sessualità, dalla maternità, dal rapporto uomo-donna ha favorito l’attitudine a vedere vittime piuttosto che a produrre cambiamento. Se per gli uni le vittime sono gli embrioni o i feti, per altri sono le donne: irresponsabili o dolenti ma sempre bisognose di tutela. Così Regioni, Sistema Sanitario, Ospedali lasciano che gli ambulatori per l’aborto siano in qualche scantinato  per raggiungere il quale non c’è nessun cartello, garantendo un’adeguata cornice alla “colpa” di una gravidanza indesiderata e della decisione di interromperla.

E la censura colpisce anche la formazione: sappiamo che nella facoltà di Medicina,  nelle scuole di specialità di ginecologia,  nelle scuole di ostetricia di aborto non si parla. In un piccolo gruppo stiamo cercando di mettere a punto un modello formativo sull’aborto che potrà essere messo a disposizione di altre a partire dall’idea che praticare un aborto possa interpellare la vita intima delle persone che lo fanno; la ginecologa che rimasta incinta chiede di essere esonerata ci dice che se non vogliamo che l’aborto diventi impossibile quando la generazione degli anni ’70 andrà in pensione (e ormai ci siamo) è necessario partire da sé anche per chi ci lavora. Molta parte del consenso all’aborto appartiene oggi più alla sfera della difesa dei diritti civili che non a una convinzione maturata nell’esperienza, come è stato per la mia generazione.

UdS a gennaio ha scritto una “lettera alle ragazze”, sollecitando un’alleanza fra donne, a fronte del  conflitto insensato tra giovani e vecchi continuamente riproposto. Ci hanno risposto, “da molto vicino e da molto lontano”. Da vicino, perché le giovani donne riconoscono di essere nate sotto il segno di una libertà femminile nominata, desiderata, sperimentata, se non pienamente dispiegata; da lontano perché se per chi appartiene alla mia generazione l’urgenza era quella di una sessualità felice e sottratta all’obbligo riproduttivo, oggi i temi sembrano altri: la sessualità e la maternità, la precarietà economica e quella sentimentale, la responsabilità maschile che tarda a manifestarsi. E l’incertezza della vita di coppia (“sarà meglio un buon amante o un buon padre?”) contribuisce a ritardare la domanda di o il conflitto su la condivisione delle responsabilità nella vita sessuale e riproduttiva.

La bassa fecondità delle donne italiane invece di suscitare domande genera politiche repressive o ideologiche: bastino l’esempio dei fondi nasko della Regine Lombardia (soldi in cambio della rinuncia ad abortire) o gli avvertimenti della ministra Lorenzin che su Avvenire (un giornale a caso) lancia “un grande piano nazionale di fertilità” e “l’educazione alla maternità”. Maternità e sessualità, maternità e relazione di coppia, maternità e reddito aspettano di essere ripresi da un’ottica di presa di coscienza che contrasti un approccio normativo, peraltro non privo di contraddizioni: si pretende di favorire la fertilità e ancora è legittimo far firmare dimissioni anticipate alle lavoratrici in età fertile.

Insomma quello che vedo e che voglio dire è che molto si muove, anche questo incontro (di corpi!) è una tappa dello sforzo di tenerci collegate e mettere in movimento le molte realtà femministe e femminili. C’è chi si muove nel suo contesto professionale (ginecologhe, ostetriche, lavoratrici dei consultori), chi nelle istituzioni, chi nelle associazioni, chi nelle realtà antagoniste. La rete WomenAreEurope/Io decido a cui penso è inclusiva, non gerarchica, trasparente; rispetta le autonomie e le differenze delle associazioni, dei contesti di movimento, delle appartenenze politiche; orienta le richieste, precisa gli obbiettivi, sostiene le pratiche; ripensa la conflittualità sociale e quella fra donne e uomini sulle troppe questioni etichettate come femminili; guarda alla precarietà mettendo al centro “il diritto a un tempo fertile sottratto alla produzione, non produttivo ma generativo”[1].

 

Maddalena Gasparini

6 aprile 2014

 

[1] Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro, a cura di S Burchi e T Di Martino

Mamme che non vogliono Mario Adinolfi

il ricciocorno schiattoso

I pubblicitari lo sanno bene: tirare in ballo la mamma è sufficiente, il più delle volte, a garantire il successo di una campagna, qualunque sia il prodotto.

A suggerire “il cuore della mamma” come logo di un partito politico ci avevano già pensato gli Elio e le storie tese nel loro album del 2008 “Studentessi”:

Così ci prova anche Mario Adinolfi, e per il suo “movimento” contro il matrimonio omosessuale, il diritto all’aborto, l’eutanasia, la fecondazione eterologa e chi più ne ha più metta, sceglie il nome “Voglio la mamma”.

Io sono una mamma, e mi chiedo: ma che c’entro io con l’omofobia di Mario Adinolfi?

Proprio niente. E’ vero, ho procreato, ma questo non mi impedisce di rispettare due persone dello stesso sesso che desiderano sposarsi.

Ho un figlio, ma questo non mi impedisce di credere fermamente che nessuna donna dovrebbe essere costretta a portare a termine…

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No all’aborto: la follia oscurantista sfida l’Europa

Attacco frontale ai diritti delle donne: no ai finanziamenti per le attività di tutela della salute riproduttiva, sì al riconoscimento giuridico dell’embrione.

di Cecilia M. Calamani, da Cronache Laiche


Dopo la bocciatura, lo scorso dicembre, di una risoluzione a tutela della salute riproduttiva della donna – che comprendeva il diritto all’aborto sicuro, l’accesso alla contraccezione e la necessità di educazione sessuale per i ragazzi – il parlamento europeo si trova di fronte a una nuova prova che ci farà capire in quale misura l’ultraconservatorismo bigotto sta prendendo piede tra gli scranni del vecchio continente.

Con un’audizione pubblica, il 10 aprile sono state presentate a Bruxelles le firme raccolte nei 28 paesi membri per la campagna Uno di noi, che chiede all’Unione europea di porre fine al sostegno politico ed economico di attività che potrebbero comportare la distruzione di embrioni umani, inclusa la ricerca sulle cellule staminali embrionali e i servizi di aborto sicuro erogati da organizzazioni non governative nei Paesi in via di sviluppo. Il caposaldo della petizione è la richiesta di riconoscimento giuridico dell’embrione umano, che comporterebbe il diritto «alla vita e dell’integrità» sin dal momento del concepimento.

Nell’attesa della risposta del parlamento europeo, prevista entro il 28 maggio, possiamo provare a capire cosa succederebbe se una simile petizione venisse accolta. Intanto c’è da osservare che l’Italia ha fornito da sola il numero più alto di firme valide (circa 624mila su un totale di un milione e 700mila, contro le 145mila della Spagna, 83mila della Francia, 138mila della Germania), a dimostrare quanto da noi i sedicenti movimenti “per la vita” siano radicati e attivi. E d’altronde ciò non stupisce, se si pensa che la media degli obiettori di coscienza alla legge 194 sull’interruzione di gravidanza si attesta al 70 per cento su scala nazionale.

Ma veniamo all’embrione e al suo riconoscimento giuridico. La mira è chiara: equiparare l’aborto e la ricerca sugli embrioni in sovrannumero (quelli crioconservati senza alcuna possibilità di impianto) all’omicidio. Perché se l’embrione avesse la dignità giuridica di persona, il suo diritto alla vita si contrapporrebbe a quello della donna di interrompere la gravidanza e tra i due diritti prevarrebbe, come di solito in giurisprudenza, quello del soggetto più debole, l’embrione. Si arriverebbe così al paradosso di una guerra di diritti tra due entità non paragonabili se non nella testa degli integralisti religiosi: un embrione (una persona che ancora non è) e una donna (una persona che è). Ovvio che l’Europa non possa violentare le legislazioni nazionali definendo l’aborto un omicidio, ma chiedere di riconoscere la dignità giuridica dell’embrione è il primo passo, nella testa dei prolife, per togliere alle donne il diritto basilare di decidere sul loro corpo.

Il problema però esiste nei Paesi in via di sviluppo: l’iniziativa Uno di noi prende di mira in particolare i fondi (circa 120 milioni di dollari ogni anno) che l’Ue eroga a organizzazioni non governative per la protezione della salute riproduttiva delle donne. Secondo quanto afferma la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione legge 194), in questi Paesi muoiono quasi 800 donne al giorno per problemi legati alla gravidanza o al parto. Ecco quindi che chi dice di “difendere la vita” (come se chi è a favore dell’aborto difendesse la morte) in realtà è interessato solo a “difendere” il concepimento, intoccabile per dogma di fede qualsiasi cosa ciò comporti per la madre.

Il ruolo della Chiesa, responsabile di questi deliri antiumanitari che ledono la libertà di scelta e il diritto alla salute delle donne, è enorme e senza scuse. L’11 aprile, il giorno dopo la consegna delle firme a Bruxelles, Bergoglio ha ricevuto in udienza prima i rappresentanti dell’Ufficio internazionale cattolico dell’infanzia e poi quelli del Movimento della vita, una delle associazioni promotrici della campagna Uno di noi. Ai primi ha detto: «Mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti, abbastanza in numero ma non in proporzione alla totalità, e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini». Ai secondi, elogiando la loro opera di difesa della vita dal concepimento alla morte, ha citato testualmente il Concilio Vaticano II: «L’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli».

Il messaggio è chiaro. Abusare sessualmente di un bambino è un «male», mentre abortire è un «delitto abominevole». Nonostante la presunta innovazione di Bergoglio, nulla si discosta da ciò che è sempre stato inciso a fuoco nella dottrina cattolica: l’aborto è un peccato talmente grave da meritare la scomunica latae sententiae (ossia d’ufficio) per la donna, mentre la violenza su un bambino, peccato meno grave, si risolve con il pentimento e la preghiera. In altri termini ancora, violare l’infanzia lasciando tracce indelebili per la vita è molto meno grave che distruggere un’entità biologica senza terminazioni nervose. Il prodotto del concepimento vale più di un essere umano, insomma. Più di un bambino, più di una donna, e i prolife diffondono questa “verità” per il mondo con la benedizione del papa. Che poi l’embrione, diventato persona, possa essere abusato per mano di un pastore di anime o morire di parto è solo una spiacevole casualità.

(14 aprile 2014)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-allaborto-la-follia-oscurantista-sfida-leuropa/