La Spagna in marcia per l’aborto

di Mariella Gramaglia  – La Stampa  1 febbraio 2014

Madrid, stazione di Atocha. Luogo di ricordi tragici per la Spagna e di imprevisti del destino per il Partito socialista spagnolo. Lì morirono, l’11 marzo 2004 in seguito agli attentati legati al terrorismo islamico, 191 persone. Di lì nacque il mito del giovane Josè Luis Zapatero, il candidato pacifista che avrebbe tirato fuori gli spagnoli dalla guerra in Iraq. Di lì i brevi giorni felici del presidente più laico (e più simpatico) d’Europa. Di lì anche la nuova legge che nel 2010 avrebbe regolamentato l’interruzione volontaria di gravidanza. Niente di giacobino e molte similitudini con la 194 italiana, compreso l’invito a una settimana di ripensamento perché la scelta della donna fosse responsabile e meditata. Altri tempi.

Però, per quella legge, che il Partito Popolare di Mariano Rajoy intende abolire, sabato primo febbraio Atocha sarà di nuovo al centro dell’interesse dell’opinione pubblica: centinaia di migliaia (milioni?) di donne, e di uomini solidali con loro, si daranno appuntamento da tutta la Spagna. In particolare il “tren de la libertad” partirà dalle Asturie e raccoglierà passeggeri dalla Castilla y Leon, dall’Andalusia e dalla Catalogna.

La legge del ministro della giustizia  Alberto Ruiz Gallardon prevede l’aborto solo in caso di violenza sessuale accertata e quando viene verificato da più medici un pericolo fisico e psichico per la madre “che deve essere serio e durevole”. Se approvata, la legge spagnola si collocherebbe, insieme a quella polacca e irlandese, fra  più restrittive d’ Europa, escluse Malta e Cipro dove l’aborto è sempre illegale.

Cittadinanza e Europa sono i due temi su cui le organizzatrici più insistono. Ma, quando invitano i partiti e i sindacati che le vogliano appoggiare a non portare striscioni e bandiere, hanno anche in mente un terzo obiettivo tattico, la divisione della destra.

Vediamo una questione per volta.

“Poiché vivo in una democrazia, sono democratica e invoco la libertà di coscienza, accetto le regole che distinguono i diritti dai peccati e la legge dalla religione. Come cittadina esigo da chi ci governa che non trasformi il potere democratico in dispotismo”. Nel manifesto politico di convocazione non c’è nessuna estraneità “femminista” al mondo delle regole e delle istituzioni, al contrario una potenza dell’idea di cittadinanza che ricorda il proclama di Olympia de Gouges durante la rivoluzione francese.

Quanto all’Europa, si farà sentire. E’ previsto un treno speciale della metropolitana di Londra, una manifestazione a Parigi, decine di di appuntamenti in Italia, a Roma, a Bologna, a Reggio Calabria. Ci sarà l’Europa, ma non c’è sempre stata. Negli ultimi tempi la parte di essa vicina alla libertà femminile ha fatto più volte cilecca.

Molto più attivi sono stati i cattolici nel raccogliere più di due milioni di firme nei diversi paesi dell’Unione intorno alla loro proposta di iniziativa popolare sui diritti dell’embrione (“One of us”). Molto più abili i conservatori a far cadere il 13 dicembre scorso la mozione della deputata portoghese Edite Estrela che sollecitava tutti gli stati membri a una legislazione rispettosa della “salute e dei diritti sessuali e riproduttivi”. Errori di traduzione? Confusione culturale nell’area del socialismo europeo? Eccesso di radicalismo che equiparerebbe l’aborto a un diritto umano fondamentale senza tener conto del principio di responsabilità e dell’orizzonte delle regole? Si è detto e scritto di tutto in proposito, ma a conti fatti la debacle della sinistra è risultata evidente.

Sarà anche per questo che le femministe spagnole vogliono evitare identificazioni. Contano sicuramente su altri fattori. Per esempio sul fatto che la destra spagnola è divisa.

Per esempio che quando Gallardon dichiara seriamente che “con la nuova legge nasceranno più bambini, l’economia spagnola si riprenderà e aumenterà il Pil” ridono anche le deputate del Partido Popular. Che Antonio Maria Rouco Varela, il cardinale di Madrid e presidente della conferenza episcopale spagnola, colui che ha stretto un patto di ferro con Rajoy, non è molto simpatico a papa Francesco, tanto che non lo ha confermato ai vertici della congregazione dei vescovi.

E poi sanno che la potente vicepresidente della Camera dei deputati, la popolare Celia Villalobos, che ai tempi della legge Zapatero abbandonò l’aula per non dovergli votare contro, ha un diavolo per capello. Vuole il voto segreto e lavora per rinviare il dibattito alle calende greche. Ha dalla sua molti presidenti di regione di ambedue le parti che patiscono un’ intrusione così pesante  dello stato centrale. E in Spagna il federalismo è una cosa seria.

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